Vergano

sabato 10 aprile 2010

VARGON SORA e VARGAN BASS



Ringrazio di cuore il mio amico "Geo" e "Spillo (Greg)" per avermi citato amorevolmente e "linkato" con tutti gli onori nel loro sito http://www.spillo.es/ e http://www.varganbas.it/, che raccolgono memorie storiche ed avvenimenti che riguardano la comunità di Santo Stefano.

E dedico loro ed a chi ci leggerà questa stupenda immagine aerea delle nostre due frazioni. (Cliccandoci sopra la si può vedere ingrandita. Ricordarsi di ritornare al post con la freccetta della parte superiore sinistra dello schermo...) Peccato che la parte occidentale, a destra, non riprenda la zona estrema dei "Tre Casali" ( si vede solo Motto Florio) alla quale io e Francesco siamo particolarmente legati perchè ivi siamo nati e cresciuti. La foto, a chi vuole osservarla in lungo ed in largo soffermandosi sui particolari che riconosce, racconta molto alle persone che vi risiedono. Vergano è disteso sul crinale della collina, arroccato intorno al castello ed alla Chiesa, raccolto e quasi isolato dal resto delle altre abitazioni. Se questa visuale sembra ancora valida al giorno d'oggi, figuriamoci quando, quasi cento anni fa, poteva ancor più considerarsi staccato dal centro di Borgomanero prima cioè che il boom edilizio invadesse la zona non residenziale dedita all'agricoltura che distanziava il centro dalle frazioni.
Forse per questa sua caratteristica di paese isolato divenne comune e lo restò fino, credo, al 1928. Ed è forse anche per questo che nel passato non c'era molto feeling con gli abitanti di Santo Stefano, ritenuti quasi inferiori per la sottomissione al comune centrale e chiamato Varganbass come se il Vargonsora fosse ritenuto, appunto, sopra e quindi più nobile grazie anche al fatto di avere un passato storico in virtù del Castello e della dinastia dei conti Tornielli. Credo che anche la mia generazione, in gioventù, abbia vissuto questo clima quasi di apartheid. Circolavano tra noi ragazzi delle proverbiali filastrocche abbastanza irriverenti nei confronti degli abitanti di Santo Stefano, considerati quasi come dei plebei. La competizione, dovuta al tipo di attività agricola che allora era l'unica possibile, ed un senso di vicinato sgradito e quasi astioso si può dire che si percepivano nell'aria. Naturalmente col mutare delle condizioni lavorative e di vita, i rapporti col tempo si sono normalizzati, grazie anche ad una logica frequentazione tra i paesani, a partire dalla scuola e dal mondo del lavoro . Fino a trovare dei punti comuni e di coesione quando intorno agli anni settanta si coalizzarono e combatterono dure battaglie di opposizione per porre fine allo scempio della discarica che stava prendendo piede nella zona delle vigne dell'altipiano della Cumiona. Ed oggi che ci riteniamo tutti cittadini Borgomaneresi senza troppe distinzioni, forse manca quel senso di comunità che allora caratterizzava le nostre genti.
Altre considerazioni mi vengono osservando la fotografia.
Si può notare , quasi fosse una fenditura, una ferita, che Via Franzi la strada in direzione nord-sud traccia una demarcazione netta, quasi fosse un confine, tra i due agglomerati storici di Vergano e Santo Stefano col resto della città. Un estraneo, valutando la foto, potrebbe anche dargli un significato solo cartografico, ma se si considera che ormai il traffico su questo percorso è assurto a livelli decisamente importanti con l'avvento della strada dei rubinetti che collega il distretto industriale di Gozzano e San Maurizio d'Opaglio, questa circonvallazione ovest di Borgomanero ha di fatto tagliato in due il territorio. Ciò genera una specie di "riserva indiana" che vede gli abitanti delle due frazioni racchiusi in una zona che si può dire ancora "incontaminata". Le attività industriali e commerciali sono rarissime e quelle poche che soppravvivono hanno un sapore familiare, a misura d'uomo. La concentrazione dei servizi nella direttiva nord-sud della città di Borgomanero, ha fatto sì che le nostre due frazioni siano diventate di fatto una quieta zona residenziale unendole quasi in un'unica realtà. Non è un cattivo segno, anzi. L'importante è ritrovare o mantenere quegli stimoli per una vitalizzante vita comunitaria che favorisca la socializzazione.
Il sito internet di Santo Stefano sta svolgendo alla grande questo compito.
Sono felicissimo di trovare iniziative che coinvolgono anche Vergano che, secondo me, purtroppo, sta vivendo dei momenti abbastanza anonimi rispetto a quelli che i nostri padri e nonni (ed un pò anche noi , ormai anziani....) avevano saputo far fiorire. Ricordare ciò che siamo stati e ciò che abbiamo vissuto comunitariamente spero che sia di stimolo ai giovani di oggi per rivitalizzare lo spirito di paese che ha sempre contraddistinto le nostre comunità.


Visto che vengono apprezzate le mie scelte musicali, posto questa incredibile esibizione dal vivo da parte degli U2 quando erano al culmine della loro capacità creativa e interpretativa. E' proprio vero che la semplicità paga.. Bisogna però avere una voce da brividi, una chitarra strepitosa ed un drumming ipnotizzante per trascinare all'euforia la folla impazzita sotto il palco. Non oso pensare da quali brividi sarei stato pervaso se fossi stato presente allo Slane Castle quella sera! Mi basta solamente un video di youtube (anche se io posseggo il dvd dell'intero concerto...) per commuovermi e godere della performance di Bono e compagni, figuriamoci se fossi stato in mezzo alla folla!
Non ho trovato un video attinente al contenuto di questo post. Se a Geo viene qualche idea, me la comunichi... Di certo però la sua bellezza lo fa valere per qualsiasi circostanza!

martedì 23 marzo 2010

I miei primi cento nastri 6

IL RE NON SI DIVERTE




Non posseggo più l'originale cassetta che acquistai in blocco assieme ad altre sei da Ferretti, mio collega di lavoro alla Tematex nel lontano 1974. E' stata distribuita anche lei in ascolto agli amici e non è più rientrata a casa. La copertina postata è stata scannerizzata dal cd che, "giocoforza", ho riacquistato. Le altre, oltre a Moods di Neil Diamond che ho già ricordato nel post n.5, furono Storia di un impiegato di De andrè, Penguin dei Fletwood Mac, Over nite sensation di Frank Zappa, Amanti di valore di Mina e Wisbone Ash dell'omonimo gruppo, che saranno oggetto dei prossimi miei ricordi musicali. Il tutto per la modica cifra di 14.000 lire. Erano cassette originali ed ancora incellofanate. Il mio collega, prima di diventarlo, prestava la sua opera in quel di Brebbia, sua città natale in provincia di Varese, presso la Ducale, piccola casa discografica che però poteva permettersi di avere in catalogo quei nomi prestigiosi. Naturalmente riusciva ad avere i prodotti con degli sconti eccezionali per cui poteva permettersi di rivendermeli a prezzi vantaggiosi. Presso la casa discografica, dove non necessariamente venivano registrate le opere, egli lavorava comunque alla duplicazione delle incisioni dai master originali per cui ai miei occhi era considerato un esperto ed un conoscitore del mondo musicale. I titoli menzionati me li propose lui. Abbandonò quel lavoro per impiegarsi nella nostra fabbrica in un'occupazione consona agli studi che aveva effettuato e più remunerativa. Ma la passione musicale era rimasta. Mi recai diverse volte a casa sua poichè poteva già disporre di un impianto stereo sofisticato, per me profano possessore di un misero mangianastri, dal quale ascoltare suoni che fino ad allora io non avevo mai udito.

Oggi parliamo d'altro, sembra suggerirmi il professor Vecchioni. Infatti dopo numerosi racconti di passeggiate e camminate, ritorno con questo post a rivisitare i miei primi acquisti musicali in ordine strettamente cronologico.
"Il re non si diverte" mi fu caldeggiato vivamente da Ferretti come opera che aveva ricevuto il premio della critica discografica per la qualità dei testi. Non erano di facile assimilazione e comprensione immediata, ma proprio per questo assumevano un fascino particolare. Io prima di allora potevo dire di conoscere Roberto Vecchioni solamente a causa del suo cognome facilmente memorizzabile e particolare; ancor più se abbinato a Lo Vecchio, il suo collaboratore musicale al quale fu molto legato nel periodo giovanile. Basti dire che quasi mi risuona ancora nelle orecchie il ricordo dell'annuncio di una loro canzone, che apprezzai tantissimo, da parte di non so quale presentatrice, al festival di Sanremo del 1968: "Di Vecchioni - Lo Vecchio, Sera. Canta Giuliana Valci". Quello strano binomio mi si ficcò talmente al punto da restare per sempre nei miei ricordi, anche perchè quella canzone mi prese e la sua interprete ancor di più, sebbene non fosse particolarmente aggraziata con la voce come la sua ben più famosa collega alla quale era abbinata: Gigliola Cinquetti. L'interpretazione della Valci fu più naif e vissuta, secondo me, e risultò di notevole impatto, sia visivo che canoro: mi affascinò quella sua immagine di ragazza "nature" dai capelli lunghi e lisci, molto hippies e diversa dalle altre cantanti che calcarono il palco di Sanremo. Perciò per me Vecchioni fu, da allora, essenzialmente un oscuro compositore e paroliere legato al mondo non alla ribalta ed in ombra della musica leggera.
Fu così che partii un pò prevenuto all'ascolto del nastro. Non ero preparato ancora a dei testi che mi sembrarono "strani" al primo impatto. Apprezzai molto, invece, la comprensibilità della voce di Roberto. Per certe caratteristiche la accomunai a quella di De Andrè che comunque al tempo non potevo dire di conoscere bene, avendolo solamente ascoltato alla radio. Scansione delle parole ben udibili e tonalità a volte grevi e profonde come quella di Fabrizio, pur se non disdegnasse escursioni nel falsetto. Credo di essere comunque rimasto un pò deluso, al tempo, poichè mi ricordo che non lo passai molte volte nel mangianastri. E, forse ancora più significativo, fu il fatto che nessuno dei miei amici lo reclamasse all'ascolto. Cosa che invece succederà un paio di anni dopo con "Elisir" e "Samarcanda". Velasquez addirittura fu caldeggiato da Geo per interpretarlo con l'allora nascente gruppo dei "Pulsar" e diventò una delle prime cover di successo quando si esibivano in pubblico. Ma questa è un'altra storia che avrò occasione di riprendere e raccontare.
Per ritornare a "Il re non si diverte", posso dire che l'ho ripreso ad ascoltare dopo il successo riscontrato da Vecchioni con i lavori sopracitati, ed anche in tempi più recenti è ritornato abbastanza frequentemente nel mio lettore CD.
A farmelo apprezzare fu sicuramente la mia nuova favorevole predisposizione per l'allora fiorente mondo cantautorale d'ultima generazione (De Gregori et similia...), ma anche la conoscenza più approfondita che iniziavo ad avere dei contenuti letterari e musicali delle cose che ascoltavo. Fondamentale per la comprensione dell'opera del primo Vecchioni, fu il periodico LatoSide, un tabloid quattordicinale dalle dimensioni di un quotidiano dell'epoca, che pubblicava monografie di artisti del momento con una particolare predilezione, appunto del mondo dei cantautori. Anche gli articoli che Enzo Caffarelli pubblicava su Ciao 2001 dell'epoca furono importanti per la mia nascente cultura musicale.
Trascrivo qui una piccola parte dell'intervista "monumentale" a Roberto, fatta da Michelangelo Romano, eclettico personaggio del mondo musicale di allora, che al tempo produsse i suoi dischi. Un estratto che accenna all'evoluzione di Vecchioni col suo terzo lavoro, tratto dal "lato Side" menzionato, con il ricordo dell'autore a tre anni di distanza dalla pubblicazione dello stesso, quando ormai era un nome di punta del fenomeno cantautorale.
"Col terzo LP cambiano molte cose, insieme ad una mia, chiamiamola crescita politica, c'è una maturazione complessiva; anche i miei rapporti privati, sentimentali, cambiano: Il re non si diverte l'ho registrato nel '73, quando anche il mio lavoro nell'insegnamento si evolveva; entravo a far parte del gruppo sindacale della scuola ed ho conosciuto molta gente preparata che mi ha dato tantissimo e mi ha chiarito in senso politico molte cose che prima sentivo in modo più indefinitivo, chiamiamolo sentimentale... la mia vita precedente era a compartimenti stagni, c'erano delle paratie tra un momento e l'altro, che a poco a poco, se non sono crollate del tutto, si sono certo molto assottigliate e, a volte, sono scomparse. In questo periodo comincia l'amicizia con Guccini, conosco più da vicino le persone che suonano con me, Tony Esposito e Mario D'Amora, e un modo di vivere diverso dalla tranquillità borghese che mi avvolgeva come una cappa e che non accettavo più; vedevo in modo sempre più critico la vita dei miei amici di sempre e mi sembravano veramente delle sciocchezze le cose per cui si davano da fare, i problemi delle loro giornate, il successo carrieristico, il soldo, la macchina... tutto questo che adesso ti dico così, confusamente, non si è trasferito subito in canzone, anzi ancor oggi, a tre anni di distanza dall'inizio di questo cambiamento, non è ancora del tutto diventato canzone, è una ricerca che continua ancora adesso e che probabilmente continuerà a lungo..."
Per tornare al nastro in questione, posso riaffermare che allora non lo valorizzai il dovuto. Con gli anni ci ritornai sopra e potetti apprezzare alcune composizioni quali "Sabato Stelle" ed "Il re non si diverte", ancor oggi godibilissime. Ma quello che più mi affascina tutt'ora è l'atmosfera quasi tenebrosa e surreale supportata dalla presenza quasi prevalente del pianoforte nel sound delle composizioni, senza tanti orpelli di contorno. Alcune tracce danno pure risalto alla chitarra, mentre non emergono le percussioni, pur affidate al nascente talento del percussionista napoletano Tony Esposito, che farà parte del così detto Naples Power che caratterizzò quel periodo musicale nella città Partenopea.(Nella foto soprariportata è ripreso nello studio di registrazione assieme a Vecchioni).
Fa un certo effetto vedere che gli arrangiamenti sono opera di Paky Canzi, famoso allora per essere il leader della formazione dei Nuovi Angeli, un gruppo musicale il cui repertorio era decisamente orientato verso la musica leggera di facile consumo e che riscosse anche un buon successo di pubblico. Basti citare alcuni titoli: "Donna felicità", Singapore" sono i primi che mi vengono in mente. Ma ancor più effetto fa il leggere che Vecchioni fu il coautore di quelle canzoni...
La svolta che indirizzò Roberto verso strade più impegnative e dai contenuti più personali e caratterizzanti, fu imboccata proprio con questo lavoro. Da qui in avanti egli diventerà un "cantautore" nel vero senso della parola, abbandonando il lavoro di paroliere dedito alle fortune di altri cantanti. E farà parte del ristretto numero di quelli importanti che dureranno nel tempo e che ancor oggi, a distanza di ben più di trentacinque anni, occupano un posto rilevante e fondamentale nel mondo musicale italiano.

mercoledì 17 marzo 2010

COLONIA SOLARE DI VERGANO




C'è stato un tempo in cui anche Vergano ebbe una sua colonia solare...
Altri tempi certamente. Al giorno d'oggi, asserragliati in questa comoda civiltà consumistica e personalistica, non si trova più il tempo per socializzare ed ancor meno condividere e percorrere alcuni tratti della nostra esistenza con gli altri.
Un tempo, che ormai credo irrimediabilmente perso e svanito con la sopravvenuta "globalizzazione". Allargando la visuale per familiarizzare con il mondo intero, abbiamo perso la coscienza e la conoscenza di chi vive a due passi da noi. Ed anche le colonie solari sono ormai un pallido ricordo che la mia generazione può ancora permettersi di avere e saranno destinate a scivolare nell'oblio se non le tramandiamo, almeno con i racconti, ai ragazzi di oggi.
Quella di Vergano non appartiene direttamente al mio vissuto, ma fa parte della generazione nata intorno agli anni trenta che, al tempo in cui fu inaugurata, aveva dai sei ai dieci anni.
Credo corresse l'anno 1937 quando un nutrito gruppo di Verganesi si armò (brutta parola che per quel periodo avrebbe potuto anche essere interpretata letteralmente... eravamo ormai vicini alla seconda guerra mondiale!) di buona volontà (armarsi di buona volontà: ecco il giusto accoppiamento per la parola armarsi......) e intraprese i lavori di sbancamento e pulizia di un piccolo appezzamento di terreno vicino alla riva del "Sciscion", proprio a ridosso della costa collinare occidentale che portava alle vigne. Credo fosse di proprietà di Beniamino Duella il quale lo mise a disposizione per lo scopo che era stato prefissato. (Ritornerò con altre storie legate alla mia infanzia ed agli anni sessanta a raccontare ancora di questo luogo... che ribattezzeremo "Stadio Beniamino".)
Obiettivo dei lavori era quello di avere un terreno adeguato per l'installazione di una colonia estiva vicino alle acque del torrente.
Per allargare lo spazio a disposizione, si misero di buzzo buono con picconi e pale per tagliare parte del pendio e spianarlo. C'era chi valutava i lavori da eseguire e chi allegramente li portava a termine. Presenti anche tanti ragazzi per collaborare alla realizzazione dell'opera.

Sono trascorsi ormai ben più di settant'anni da allora e le persone mature che sono immortalate nelle fotografie ormai è da un bel pezzo che non sono più tra noi. Chi, dei miei due lettori Verganesi (spero che i giovani che navigano possano richiamare allo schermo i loro genitori...) avrà la bontà di leggermi, potrà riconoscervi con grande meraviglia connotati di facce familiari e magari esclamare "Toh!... C'è pure mio nonno!". Dal canto mio, oltre a mio padre naturalmente, ho individuato diverse persone che ho conosciuto da ragazzino ed anche mio fratello maggiore, di settantotto anni ora, che all'epoca ne aveva cinque o sei.

Terminati i lavori di sbancamento e livellamento, con conseguente riassestamento della terra e successiva semina della "bula" per rifar crescere l'erba,si organizzò una grande festa con l'intervento pure della banda musicale di Vergano, i cui componenti si possono individuare in questa foto di gruppo che, per dare un'idea del tempo che fugge, ha nei ragazzini ripresi gli ottantenni di oggi...
Successivamente ci fu l'inaugurazione ufficiale, con l'intervento del parroco Don Savoini per la benedizione, delle autorità, delle maestre delle scuole elementari con relativo stendardo, e dei ragazzi rigorosamente vestiti da "balilla", come "duce" comandava..., che si esibirono in un saggio ginnico. Il tutto impreziosito dal calore e dalla presenza di una bella fetta di popolazione.


Negli anni successivi furono allestite anche delle feste in occasione della apertura della colonia. Le foto si riferiscono all'anno 1941. La giornata terminava nei locali dell'asilo con il pranzo offerto, alla presenza delle autorità, a tutti i ragazzi, mentre precedentemente, nel cortile,c'era stato lo spettacolo allestito dalle maestre e rappresentato sul palco dai giovani attori davanti ai familiari e paesani ammirati.

Particolarmente cara mi è questa ultima fotografia riportata sopra. All'estrema destra in seconda fila c'è seduta mia madre che porta in braccio mio fratello Arnaldo. Io sarei arrivato sette anni dopo ...
La colonia solare, che si attivava nel periodo estivo delle vacanze scolastiche delle elementari, credo che continuò fino al 1941, già in tempo di guerra, purtroppo. Poi i tempi bui e drammatici che ne seguirono non permisero più la sopravvivenza di questa benemerita istituzione che permetteva ai ragazzi di continuare a socializzare con gli amici di scuola senza però l'incombenza dei compiti e dello studio... ed agli adulti genitori di essere tranquilli riguardo la custodia dei figli. La giornata era organizzata con giochi nel cortile dell'asilo, con il pranzo che veniva consumato all'interno dei locali dello stesso e con la discesa alla colonia, nel pomeriggio, per rosolarsi al sole o "immergersi" nelle acque del Sciscion. Sempre sotto la severa sorveglianza delle maestre e dopo rigoroso e doveroso alzabandiera. Posso mettere anche alcune fotografie del 1941 ,ultimo anno di attività nonostante i tempi veramente bui e difficili che si stavano vivendo. La forza ed il coraggio delle nostre genti umili e fiere nello stesso tempo della loro condizione contadina, fece sì che almeno per un paio d'anni venisse celato ai ragazzi l'orrore dei tempi che stavano vivendo.


Il numero elevato di ragazzi (si potrebbero contare fino a quaranta maschietti ed almeno trenta femminucce) mi fa supporre che non tutti fossero di Vergano, anche se ai tempi la natalità era veramente elevata. Questa considerazione mi è venuta vedendo che anche in un libro edito dalla Pro loco, dal comune e dalla Società Operaia M.S. di Maggiora, titolato Memorie Maggioresi '40-'45 è presente la foto dell'alzabandiera. Ciò mi fa pensare che qualche Maggiorese abbia partecipato alla colonia. Così potrebbe essere capitato per qualche altro ragazzo dei comuni viciniori.
Sarei felicissimo se protagonisti dell'epoca (nati intorno agli anni trenta)leggessero il mio post ed intervenissero, nei commenti oppure contattandomi, per documentare aneddoti o altri ricordi riguardanti quel periodo. Siccome non sono sicurissimo delle date e della durata nel tempo che la colonia ebbe, ospiterei ben volentieri tali precisazioni modificando, se del caso, il contenuto del post.

Termino allegando alcune foto recentissime, scattate per l'occasione di questo racconto, che documentano lo stato di degrado nel quale versa, purtroppo, il luogo che ha visto in diverse epoche, ed anche abbastanza recenti, momenti di gloria e di splendore con la partecipazione di tutto il paese di Vergano. Il guado del Sciscion, in zona Verganella, dove una volta c'era il "punt 'd tola", come documentato più sopra dalla foto dei ragazzini che vi sguazzano. Desolante il confronto rispetto a settant'anni fa, anche se il luogo è naturalisticamente ritornato alle origini, per la completa dimostrazione di disinteresse umano. Del ponte, oggetto in tempi abbastanza recenti probabilmente di un atto vandalistico, che l'ha fatto precipitare, si possono vedere alcuni resti, trascinati dalle acque del torrente, appena più a valle. Il ponte era la via di accesso per i paesani verso la salita che portava ai vigneti ed era l'ingresso alla colonia di un tempo e del campo sportivo successivamente.
Residui delle lamiere contorte nel greto e sulla riva del Sciscion.

Così si presenta l'ingresso a quella che fu la colonia e negli anni sessanta il campetto sportivo dove si svolsero anche le Olimpiadi di Vergano" (E' una storia che mi riprometto di raccontare...). Ormai le sterpaglie ed il bosco hanno ripreso il sopravvento su quel fazzolettino di prato che era stato conquistato a fatica dai nostri nonni...Il confronto con le immagini di allora è veramente impietoso.

Non ho mai voluto documentare con immagini nei racconti delle mie camminate lo scempio del territorio che alcuni incivili compiono nel gettare rifiuti di ogni tipo nei boschi o lungo le stradine ed i sentieri che li attraversano. Questa volta, però, ho allegato questa fotografia, scattata nei pressi della riva del mio amato Sciscion, perchè mi ha ferito profondamente ed è anche piena di significati avvilenti. Al di là dell'orrore visivo che suscita, mi ha lasciato dentro un malessere profondo osservare le cose che sono state scaricate abusivamente in quel luogo come uno schiaffo irriverente a nostra madre natura. Se uno osserva bene vede che sono oggetti essenzialmente legati all'infanzia. Borsettina rosa, magliettine, quaderni, riviste, matite e tra le altre cose, un peluche piccolino bianco. E' stato di sicuro compagno di affettuose carezzuole da parte di qualche bambina (colore rosa...).
Questa per me è l'immagine dell'innocenza perduta.
Se alcuni simboli e ricordi di una stagione irripetibile per qualsiasi essere umano, che è l'infanzia, sono degni di essere abbandonati e sparpagliati in una boscaglia vicino ad un torrente, vuol dire veramente che l'età dell'innocenza se ne è fuggita via. Sia di monito ai ragazzini che potrebbero vedere questa immagine. Non lasciate morire i vostri sogni e la vostra fantasia in mezzo ad una discarica abusiva nella natura. Il gesto più corretto per lasciare consapevolmente l'età dell'innocenza ed affrontare il mondo di lupi che vi aspetta là fuori è quello di raccogliere le vostre "cosucce", i vostri giocattoli in un cartone ed affidarli alla raccolta differenziata. Andranno in pace a morire nel luogo appropriato dove nessun altro all'infuori di voi potrà mai vederli.

Dove andranno i bambini a giocare?, canta Cat Stevens. Ci sia di monito

mercoledì 24 febbraio 2010

SAS PREGALINA



Non sono Paganini... perciò mi ripeto! Infatti la camminata che andrò ad illustrare con questo post si può dire che sia la stessa di "Sgambata alla Pelosa". L'ho comunque titolata Sas Pregalina, che è l'altro nome con cui è conosciuta questa "piccola vetta", per avere un minimo di differenziazione... Per me, però, assume un significato particolare. E' stata la mia prima uscita, con i fratelli Arnaldo ed Eugenio che mi hanno letteralmente "sloggiato" dalla sedia del mio computer per farmi fare un pò di ginnastica motoria, per inaugurare un periodo di "camminate" dopo i primi ozi pensionistici. Dopo di questa abbiamo vissuto una buona annata di passeggiate nei nostri boschi, fino a che siamo stati dirottati in carrozzeria per la riparazione dei nostri "motori".



Come colonna sonora ho scelto questo brano, dall'ultimo albo dei Pearl Jam, che si avvicina talmente tanto alle atmosfere della colonna sonora di Into the wild (film e musica da me adorati) da ritenerlo quasi una sua appendice.

Inauguro così la serie di post dedicati alle passeggiate nel Parco del Monte Fenera, come avevo anticipato e promesso. La mappa di base, sulla quale sono già individuati in rosso i percorsi segnalati, è quella ufficiale la cui editazione e pubblicazione ho evidenziato nell'ultimo mio articolo. Il nostro è colorato in blu per distinguerlo. Come al solito, per vederla ingrandita, cliccateci sopra e gustatevi l'itinerario percorso. (Ricordatevi poi di cliccare sulla freccetta blu del ritorno al post e non sulla X rossa di chiusura...)




6 dicembre 2007 Partenza ore 14,04 Arrivo ore 16,38
Cimitero Boca-Cima Pelosa e ritorno 5,6 km. dislivello 279 m.


Le foto che inserirò non saranno, purtroppo, granchè, perchè sono ricavate dal filmato, con la telecamera, che allora ero solito effettuare ad ogni uscita. La qualità nell'estrapolarle dalla pellicola (nonostante sia in HD) decade bruscamente e ve ne accorgereste brutalmente se ci cliccaste sopra. Tenterò di coinvolgervi facendovi partecipi dei nostri passi, inserendo immagini ricavate dal portale cartografico nazionale, con l'installazione Italia 3D, che vi accompagneranno nella nostra escursione. Inizio con questa visuale sulla quale ho riportato manualmente il percorso effettuato. (Esiste a tale scopo la modalità automatica in Google Earth, ma purtroppo la zona relativa al parco del Fenera è oscurata dalle nubi....Vogliamo una nuova mappa!!!). Ho cercato di dare una prospettiva altimetrica ed angolare che simulasse il più possibile una veduta reale aerea.

Come si può notare dalle varie e vaste chiazze chiare che interrompono il verde della vegetazione dei boschi, sono stati recuperati buoni appezzamenti di terreno in terrazzamento a coltivazione della vite. Recuperati, poichè intorno agli anni trenta si può dire che la zona circostante il santuario fosse tutta costellata di vigneti, come si può osservare nelle cartoline dell'epoca, mentre con il boom industriale degli anni cinquanta-sessanta moltissimi agricoltori riconvertitisi in operai ne lasciarono perdere la coltivazione , divenuta poco redditizia, dando inizio ad una riconquista del territorio da parte dei boschi. Al giorno d'oggi, invece, si stanno ampliando le colture proseguendo il trend iniziatosi intorno agli anni ottanta, grazie alla intraprendenza di alcuni appassionati che hanno dato inizio ad un'attività che al giorno d'oggi è ritornata remunerativa. Qui si produce buona parte del vino DOC di Boca. La rimanenza dei vigneti si colloca appena più ad ovest, oltre il Santuario, nella zona della Traversagna e giù verso Cavallirio. Qui abbiamo anche il confine sud del parco del Monte Fenera, come si può evidenziare dalla cartina, ma la zona dei vigneti ne è ancora parte integrante. Per tale motivo l'Ente Parco, coadiuvato dall'ATL Novara, per la promozione del territorio e la sua valorizzazione, ha dato vita al progetto "I sentieri del Boca" che sono stati inaugurati domenica 3 maggio 2009, come da locandina ed articoli allegati.

L'unica rimostranza che ho da fare all'ente parco per questa lodevolissima iniziativa è quella di non aver messo a disposizione in Internet, tramite il suo sito, sia la mappa sia i contenuti della cartellonistica che sono stati posizionati sul territorio in maniera gradevole ed appropriata e che raccontano delle caratteristiche dello stesso. Un bel fascicolo illustrativo si potrebbe ricavarne per la gioia di chi, come me, è sempre alla costante ricerca di pubblicazioni al riguardo. Posso postare alcune foto scattate da mio fratello Eugenio che recentemente ha fatto delle camminate in zona ed ha trovato la nuova cartellonistica installata. La prima riguarda la vera e propria mappa con i sentieri segnalati dalla quale si possono, ingrandendo l'immagine, ricavare i punti in cui sono posizionati gli altri tabelloni ed il loro contenuto.La seconda illustra una delle 80 frecce segnaletiche che costellano il percorso e che sono posizionate veramente nei punti appropriati per non far perdere il giusto tracciato.
Per ultimare il discorso dei produttori vitivinicoli operanti in questa zona che secondo Oliviera Calderini, presidente del parco, sono nove, posto un estratto da un altro depliant dove ne vengono citati dieci. In un altro approfondito articolo di Enogea, che vi consiglio di leggere completamente, dedicato ai produttori vinicoli dell'alto Novarese, ne vengono citati undici, nella zona del Boca. Chi volesse sbizzarrirsi a visitare i loro siti internet, ne trova gli indirizzi segnalati. Ne vale proprio la pena. Alcuni sono veramente ben costruiti e riportano anche note storiche e tecniche di sicuro interesse. Un doveroso riconoscimento ed omaggio, lo debbo però fare nei confronti di Marcodini Giuseppe, ("Pinin"), Paniga, papà di Giancarlo, che attualmente gestisce e prosegue l'attività iniziata dal padre. Dopo aver iniziato dal nulla, agli inizi dei sessanta, con un piccolo bar, bocciofila, e poi osteria dove si potevano consumare belle merende a base di salam 'd la duja, ha dato vita al ristorante per banchetti nuziali "Da Paniga", diventato famosissimo e ricercato in quegli anni. Suo figlio continuerà la sua opera e lo svilupperà maggiormente e gli darà una veste consona ai tempi, ritagliandosi uno spazio importante nel campo della ristorazione. Ma di papà Paniga voglio ricordare qui, dopo aver consolidato la sua attività di ristoratore, il ritorno alle sue origini contadine con un rinnovato interesse ed una dedizione passionale alla sua vigna di Boca, intorno alla fine degli anni sessanta inizio settanta. Fu forse il primo a capire quale importanza potesse avere la riscoperta di quel vino che aveva antiche origini. Ripristinò il terreno che aveva a disposizione lavorandoci di buona lena come se fosse diventato quello lo scopo principale della sua attività. Mi ricordo che in quegli anni ci portava spesso e volentieri nel "casotto" della vigna a fare delle portentose merende, dopo aver ultimato il servizio banchettistico di qualche sposalizio. Io ai tempi, e per almeno una decina d'anni facevo il cameriere a tempo perso (ossia il sabato e la domenica nel periodo in cui frequentavo ancora le scuole superiori, per acquisire i gruzzoli per i miei vizi). E "Da Paniga" ho vissuto tante stagioni liete. Pinin aveva poi una spettacolare carica umana che, nonostante la sua burberità occasionale durante il lavoro, si estrinsecava in mille impegni e attività sociali. Ma la passione per il buon vino lo portò, ancor prima che il Boca assumesse la Denominazione di Origine, a sviluppare quell'attività alla grande. Ed oggi il figlio continua la sua tradizione potendolo ringraziare per aver fatto da apripista. Anche alle odierne aziende vitivinicole.



http://www.enogea.it/Enogea/Presentazione_files/Enogea%20IIS%2019%20Alto%20Piemonte.pdf
Quello che però è veramente esaustivo e fa piacere andare a scoprire è questo di http://www.bocapiane.com/it/apertura/hp-i.htm . E' il sito di Christoph Kunzli, uno svizzero innamoratosi del Boca e trasferitosi da noi da almeno dodici anni e che ha risvegliato in diversi viticoltori nostrani la voglia di ritornare alla terra del Boca per produrre questo eccellente vino DOC. Dal canto suo ha recuperato dai boschi svariati ettari di terreno e ha così, con grande passione, dato vita ai vigneti di Le Piane, Montalbano, Mottosergo, Traversagna, Valvecchi, come si può andare a sviscerare nel suo blog, scoprendo dalle foto che vi ha inserito, i mutamenti che tali zone hanno subito da quando ha iniziato a riconvertirle. Interessantissimo è pure andare a sfogliare le sotto pagine in "Stampa", dove tra t'altro è riportato il video che inserisco anch'io; si possono leggere tutti gli articoli di giornale che si sono interessati al suo lavoro. Il più recente ed esaustivo si trova nel New Wine Journal del 2010 a firma di Michele Longo ed è titolato Terra e tradizione.



Ma è ora di tornare alla nostra passeggiata.
Raggiungiamo il piazzale antistante il cimitero di Boca e qui parcheggiamo la mia macchina. Percorriamo pochi metri del tratto di strada che porta al Santuario per poi svoltare subito a destra per imboccare l'inizio del percorso segnalato 778 che ci porterà alla cima Pelosa e da lì proseguirà fino ad intersecare il 777 presso la Croce del Teso. La strada sarà asfaltata fino alla località Montalbano.(Cliccate sull'immagine e trovate la prima parte del nostro percorso)

Quasi subito arriviamo all'incrocio con la ciclabile 793 che proviene da Maggiora e finirà al Santuario. Noi proseguiamo dritto. Abbiamo costeggiato fin qui un tratto del confine est del Parco e ciò ci viene rammentato dalla segnaletica ed ora anche dal primo cartello dei Sentieri del Boca,che ha come argomento "Il Parco del Fenera", installato come scritto l'anno scorso e che non esisteva quando noi abbiamo fatto questa escursione.


La strada è in leggera salita ma il camminare risulta lieve. Percorriamo un breve tratto tra gli alberi per poi sbucare al cospetto dei primi vigneti.Qui, ora, prima di addentrarci tra le coltivazioni, è posizionato il secondo cartello che illustra "La storia del Boca".



In breve, senza troppe difficoltà, chiacchierando riguardo alla coltura della vite, raggiungiamo la località di Montalbano, dove termina l'asfalto ed inizia lo sterrato e tra un pò saranno solo i sentieri a segnarci la via da percorrere.
Proprio davanti alla strada privata che porta all'ingresso nella cascina, è posizionato il terzo cartello "Cascina Montalbano" che racconta delle antiche origini medioevali in cui era adibita a fortezza, poi della funzione di cantina "episcopale" ed ancora come sede di un centro di comando durante la lotta di liberazione partigiana.
Risaliamo ora la collina e passiamo proprio in mezzo alla vigna di Montalbano, le cui "gambe" potrebbero avere anche un centinaio di anni..., dello svizzero Christoph che l'ha conservata e la coltiva ancora secondo la classica modalità alla "maggiorina".

Affrontiamo poi un tratto di sentiero nel bosco per andare a sbucare in un pianorino che immette alla nuova ed ultima "creazione" dello svizzero, la spettacolare tenuta Valvecchi, la più in alto delle sue proprietà, quasi 500 metri. Ed in effetti dopo di lei troveremo solo i boschi e la collina selvaggia.


Attraversiamo tutta la tenuta, osservando i lavori di inizio piantagione della parte più alta, e poi ci addentriamo nel bosco. Adesso le pendenze si fanno decisamente più impegnative. Il mio battesimo del fuoco con le asperità sta cominciando ora... Perdo terreno e mi stacco da Eugenio ed Arnaldo, per rifiatare ed approfittare per fare alcune riprese, ma il monito dei fratelli è sempre quello :"Dai !!!..."
Dopo il primo tratto di scalinata, il sentiero spiana leggermente e posso quindi rinfrancarmi.Bisogna, però, superare ostacoli imprevisti...
Ristorato dal tratto meno duro, spero che il resto sia come quello appena affrontato, ma quando usciamo dal bosco ed alzo lo sguardo per vedere dove dobbiamo arrivare e scopro che le pendenze sono ancora più accentuate, mi dispero e cerco aiuti nella comprensione dei fratelli "Siamo quasi arrivati?..."
La giornata è bellissima e non c'è neanche un alito di vento. Ora la giacca a vento è superflua. Il sole riscalda il sentiero fatto di roccia sminuzzata sulla quale a volte si scivola pure. Mi alleggerisco dalla cinepresa dandola ad Eugenio e passo passo risalgo la dura erta. Mi soffermo più e più volte e sono preso di mira dagli sfottò di Arnaldo,ma faccio buon viso, sorridendo, a cattiva sorte.

"Dove mi avete portato?" impreco. Il fiato mi si fa pesante, le gambe vacillano, il cuore fa tum-tum. Sterpaglie e rari arbusti affiancano il percorso; le foglie che ricoprono il sentiero frusciano al mio strascicare di passi. Arrivo ad individuare la "vetta" e mi prende lo sconforto... Non ce la faccio...

Fortunatamente c'è un breve tratto in leggerissima pendenza col quale mi "ristoro" ma che però prelude allo strappo finale che, al solo vederlo, mi spaurisce. Raccolgo dal bordo del sentiero il primo bastone che mi capita e, appoggiandomici e facendomi forza con lui, mi avvio verso la agognata panchina che intravedo appena sotto la roccia della sommità andandomici a buttare sopra letteralmente, per poi tirare il fiato per un paio di minuti.


Appena recuperata l'efficienza, mi riapproprio della cinepresa e riprendo i miei fratelli in vetta con nuovamente le giacche a vento indosso, poichè ora qua in cima l'aria frizzante si sente, eccome.
Posto una foto, scattata in un'altra occasione, della panchina ristoratrice con visuale dell'ultimo tratto roccioso. Certo che se avessi avuto una moto come quel tizio...
Dalla cima della Pelosa si gode di una visuale fantastica, a 360 gradi. In giornate più limpide rispetto a quella odierna, già comunque discreta, si potrebbe ammirare un panorama che spazia dalla Pianura Padana con visuale Appenninica a sud, alla catena Alpina a nord, alla Serra di Ivrea e poi il Monviso verso ovest ed infine ad est le Prealpi e le Alpi Lombarde. Raggiungo la cima e mentre Arnaldo scruta l'ovest, effettuo una ripresa circolare dalla quale ricavo questa foto panoramica che, purtroppo non è eccezzionale e non illustra nel dovuto modo la bellezza del luogo. Ci ripromettiamo di ritornare sperando di trovare delle condizioni di nitidezza da permetterci una ripresa adeguata. (Non sarà facile...ormai la pianura è una cappa quasi costante di smog).

Approfitto del simpatico sito della Associazione Alpini Volontari di Protezione civile Maggiora, ringraziando ACerri-alpinimaggiora che ne dà il permesso, per inserire delle foto che il loro gruppo ha scattato durante l'operazione di pulizia della cima Pelosa nel febbraio di quest'anno. Fortunatamente ci sono ancora persone che amano il loro territorio e cercano di mantenerlo il più bello possibile. Grazie a loro, anche se non li conosco.



Assaporiamo in vetta ancora per un pò questa stupenda visuale che ci circonda ed io ormai, appagato da tale rilassante atmosfera, non mi ricordo già più le pene della salita... Per essere la prima sgambata dopo anni di sedentarismo, posso ritenermi soddisfatto. Ci attende solamente la discesa ed io su tali percorsi sono una scheggia...
Per il ritorno optiamo per il sentiero, non numerato nella cartina ufficiale, che è segnato come di servizio difficoltoso e che scendendo nel bosco e poi fiancheggiando in altitudine il rio delle Pile , ci porta ad incrociare a valle il sentiero ciclabile 793 che da Maggiora porta vero il Santuario di Boca sfiorando gli abitati di Fuino e Marello, passando da Casa Conelli.
Soddisfatto della passeggiata, non ho fatto altre riprese del percorso di ritorno. Sarà per una prossima occasione riprendere immagini della zona che abbiamo attraversato.
La macchina ci attende paciosa al posteggio e con soddisfazione mi ci siedo , non alla guida..., e mi rilasso contento nel viaggio verso casa.