Vergano
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lunedì 23 aprile 2012

SECONDA OLIMPIADE VERGANESE 1961 prima parte






Riprendo, dopo un periodo esageratamente lungo, a scrivere sul blog. Mi era passata la voglia di postare o meglio di organizzare il flusso dei miei ricordi per condividerli, in quanto mi richiedeva uno sforzo mentale che ritenevo di avere smarrito. A farmi ritornare un bagliore di volontà, è bastato l'incontro con un amico di gioventù, Adriano che avevo perso di vista da troppo tempo, col quale ci siamo scambiati sensazioni e ricordi di quando eravamo ragazzi.
Ad accompagnarci in questa rievocazione giovanile questa volta ho scelto il gruppo  folk-rock britannico dei Fairport Convention (tardi anni sessanta) con al canto la struggente e melodiosa Sandy Denny, prematuramente scomparsa dopo essere entrata in coma due giorni dopo una caduta dalle scale di casa e non essersi mai più ripresa. La canzone , Who knows where the times goes, (Chi sa dove va il tempo?) l'ho scelta proprio per il suo riferimento nostalgico e misterioso agli anni che volano via e che chissà dove vanno a finire. Io qui cerco di fermarli e ricordarli per dar loro un luogo di approdo.

Grazie al grandioso lavoro di Ginca nel documentare con la "pubblicazione" del suo "Lo Sportivo" gli avvenimenti che caratterizzavano la maggior parte del tempo delle nostre favolose estati vacanzaiole libere e spensierate, posso oggi, a distanza di cinquant'anni (!), rileggere le "imprese" atletiche che ci videro protagonisti e quasi riviverle, talmente erano circonstanziati i reportages.
Dopo la prima edizione del 1960 che vide solamente tre concorrenti parteciparvi, come ricordato nel post  olimpiadi-verganesi-1960. , in questa seconda Olimpiade, "addirittura" otto atleti diedero il meglio di loro stessi per ben figurare nelle varie competizioni.
Suddivisi in quattro coppie rappresentanti quattro nazioni diverse, inizialmente vennero così raggruppati.

ITALIA . Renato V. e Giancarlo

Lo scattista migliore sulla breve distanza (io...) ed il massimo esponente delle gare che richiedevano l'uso della tecnica e degli attrezzi (salti e lanci). Notate lo scudetto, appiccicato alle camicie per l'occasione dello scatto fotografico; restava in posizione, dopo generosa manata sul petto per farlo aderire. Appena mossici, si staccava, ma intanto la sua funzione l'aveva svolta... Dava un tocco di ufficialità alla formazione...

INGHILTERRA : Ezio G.ed Eugenio
Poteva contare sul campione in assoluto, Eugenio, di quasi tutte le discipline di corsa. Notate, anche qui, lo scudetto . Sembra diverso dal precedente. In effetti è lo stesso, rivoltato.... ed appicicato alle camicie, dopo averlo espropriato dai precedenti possessori, per la fotografia di rito. Credo fosse di colore azzurro e blu scuro. Possedevamo solo quei due esemplari, amabilmente ritagliati e cuciti da Ginca...!  

FRANCIA: Eraldo e Luciano
 Decisamente la più debole accoppiata. Eraldo era una giovanissima promessa che aveva già dimostrato il suo valore mentre Luciano era alla sua prima esperienza atletica e doveva ancora prendere confidenza col mondo sportivo. Notate come sul petto dei due giovanissimi non appaia il famigerato scudetto... In effetti, dopo aver invertito l'originale, nelle prime due formazioni, non lo si poteva più manomettere in altro modo per farlo apparire diverso nella foto ufficiale!

GERMANIA : Renato G. ed Elio
Il più giovane del gruppo (classe 1952) ma dotato di una grinta e determinazione tali da renderlo già competitivo, accoppiato al funambolo calcistico di Vergano, disciplina nella quale era l'indiscusso primattore; in campo atletico eccelleva nel salto in alto. Notate anche qui la mancanza di scudetto sulle maglie. La ragione è sempre la stessa, esposta appena sopra...

A sconfessare quanto ho appena postato con le immagini riguardo gli accoppiamenti delle formazioni, ho riletto la pagina dello sportivo n. 4 dell'annata 1961. Furono stabiliti per sorteggio la settimana prima dell'inizio delle gare. Naturalmente presumo che si fosse usato il principio delle teste di serie mediante il quale in un'urna vennero posti i nominativi dei più forti (ed anche più anziani, per la verità...) Giancarlo, Eugenio, Elio e Renato V. e nell'altra quelli dei ragazzini .  Il risultato fu quello che potete leggere nella pagina sotto riportata. Resta il mistero delle immagini scattate come foto "ufficiali" delle formazioni che in effetti non corrispondomo ai reali abbinamenti.
Interessante segnalare come siano state abolite due competizioni rispetto all'edizione precedente. Il ciclismo, gara di sprint e gara sul chilometro lanciato, che si erano disputati l'anno prima sul tratto di strada che da Boca porta al Santuario. Per ragioni di sicurezza furono annullate e ciò dimostra l'alto senso di responsabilità dimostrato dal Ginca onde preservare gli atleti da eventuali incidenti che, per l'agone insito nelle gare, sarebbero potuti scaturire percorrendo una strada che, seppur poco frequentata nei giorni feriali, presentava sempre l'incognita di eventuali intoppi con i mezzi che avrebbero potuto transitarvi.
L'altra gara abolita fu quella del tiro a segno. Curiosa la motivazione: mancanza di elementi utili... In effetti non è che durante l'anno ci divertissimo a tirare sassi contro un bersaglio... Ed i nuovi atleti non  conoscevano neanche l'esistenza di questa specialità.
Altra annotazione da fare riguarda le piste dove si svolsero le gare di corsa. Nella pagina di presentazione sopra riportata si nominano tre luoghi adibiti a scenario delle competizioni. Mentre per quanto riguarda lo stadio Arena  ed il Fuorigrotta posso affermare che furono utilizzati solo per quell'occasione e mai più presi in considerazione in futuro, lo stadio Flaminio fu ribattezzato stadio Olimpico non appena gli atleti vi misero piede. Fu conosciuto all'epoca anche come stadio Beniamino in onore al proprietario che ci concesse la sua utilizzazione. Caduto in disuso nei primi anni dopo la guerra, non era altro che la locazione dove aveva visto la luce la colonia solare di Vergano, ricordata in un mio precedente post colonia-solare-di-vergano. Prima di gareggiarvi, provvedemmo alla sua ripulita, tagliando piccoli fuscelli ricresciutivi e sterpaglie e provvedemmo anche a scavare la buca dove riportammo della sabbia del Sciscion da utilizzare per il salto in lungo e triplo. Oggi, versa in condizioni disastrose. E' ormai invaso da arbusti di ogni genere e non si distingue più il prato dove abbiamo disputato innumerevoli incontri di calcio. Esiste solamente un tracciato da bicicross dove si divertono ancora, forse, alcuni giovani a scorazzare con le moto. E pensare che questo percorso è nato  a metà anni sessanta grazie alle mie prime scorribande con un motorino,avendo cura di tracciarlo ai bordi del campetto di calcio e verso la riva del torrente. Ecco come si presenta oggi. (Bisogna rimarcare anche che non esiste  più il "punt'd tola" che permetteva allora l'accesso al campo).



Lunedì 3 luglio 1961, inizio della Seconda Olimpiade Verganese, appuntamento alla "ssciusa", luogo dove d'estate eravamo abituati a fare il bagno, grazie alla profondità dell'acqua ed alle dimensioni della lanca. Ai bordi del Sciscion correva uno stretto sentiero, tra due filari di alberi. Il suo fondo battuto e regolare, senza nessuna gibbosità, morbido grazie al tipo di terreno, lo rendeva ideale per una pista di corsa veloce. La partenza avveniva subito dopo una leggera curvatura che immetteva in un'area aperta prativa. Il rettilineo che ne seguiva, lungo esattamente 50 metri, terminava appena prima dello spiazzo dove usualmente usavamo prendere il sole e dal quale prendevamo le rincorse per lanciarci nell'acqua della lanca. Ideale quindi per avere lo spazio necessario per l'arresto dalla corsa proprio prima del solco della "ruja" che aveva origine dalla "ssciusa". Un grandioso albero al termine del sentiero ci era di aiuto per definirne la virtuale fettuccia del traguardo.
Questo scenario di gara venne "battezzato" dal cronista Ginca come Stadio Arena... Vi si disputarono, oltre ai 50 metri piani, anche le gare degli 80 e 100 metri sfruttando il proseguimento del sentiero, oltre la piccola curvatura, nel prato aperto. Non ho immagini dell'epoca, mentre, purtroppo, da una recente fotografia, scattata dal punto di arrivo, possiamo dedurre quanto sia degradato il luogo e quanto fascino ed estetica si siano perse e rimangano custodite solo nei ricordi della nostra infanzia . Ed anche il grandioso albero è stato abbattuto.


Riporto le pagine dello Sportivo che raccontano di questa giornata. La prima parte l'ho già inserita all'inizio.

Da questo resoconto possiamo constatare la supremazia di Eugenio nelle corse veloci. La gara di salto in lungo, programmata subito dopo , fu rimandata al giorno successivo per mancanza di tempo utile. Occorre a tal proposito rimarcare che le gare di corsa erano disputate in singolo. Ogni concorrente aveva una partenza propria e gareggiava da solo contro il cronometro di Ginca. Tutto ciò comportava dei tempi di esecuzione molto lunghi, con la presenza di otto partecipanti. Conseguentemente si sforò rispetto alle previsioni.
Il giorno seguente, martedì 4 luglio, ci demmo appuntamento di buon mattino allo "Stadio Fuorigrotta", nelle vicinanze dello "Stadio Olimpico", subito a nord rispetto al "punt'd tola", per disputare le staffette e la gara dei 200 metri in quanto lo stadio era predisposto esclusivamente per questo tipo di competizioni e fu reso agibile solo per la disputa della Seconda Olimpiade e poi mai più utilizzato. Potenza dell'immaginazione e della beata innocenza e fantasia di noi giovanissimi agli inizi degli anni sessanta, prima che la massificazione delle notizie e delle immagini entrate nelle case di tutti con la televisione negli anni a venire producessero l'effetto quasi catalettico di un assopimento delle iniziative generate in proprio. Chiamare stadio una grande distesa prativa che fiancheggiava il Sciscion e permetteva di disegnarvi immaginariamente delle piste di atletica era un bellissimo esempio di come riuscivamo a ridurre alla nostra realtà eventi e mondi lontani che ci eravamo prefigurati esclusivamente da qualche lettura o da qualche foto recuperate dai giornali. Ricavammo la pista per le corse sul sentiero erboso che costeggiava gli arbusti della riva del Sciscion che, pur snodandosi non perfettamente rettilinea, ci dava la possibilità di coprire la distanza di almeno 200 metri, necessari per la disputa delle staffette veloci. Anche per questo "stadio" allego una foto recente che cerca di dare un'idea del luogo dove gareggiammo. Occorre notare che la sterpaglia ha piano piano recuperato nei confronti del prato allontanando di conseguenza il sentiero dalla riva del torrente.

Giornata stracolma di gare. Certamente la più entusiasmante; dedicata completamente allo svolgimento delle discipline forse più entusiasmanti tanto da portare alla decisione dell'organizzatore di alleviare gli impegni del giorno successivo e far effettuare solo tre prove.
Iniziammo con la disputa dei 200 metri piani dominati da Eugenio, per poi passare alle varie staffette. Il testimone, un bastoncino di legno ricavato da un ramo di nocciolo, fu causa di inevitabili inceppamenti durante il cambio e forse ciò condizionò i risultati. In effetti la sorpresa arrivò nella 2x50. A vincere fu l'Italia ( i due Renato) che, pur avendo col più giovane atleta partecipante (9 anni !) una notevole inferiorità, riuscì a strabiliare con un cambio eccellente, mentre Elio ed Eraldo, potenzialmente superiori come coppia non ebbero un felice passaggio del testimone.
A loro perenne ricordo di tale malefatta, fu dedicata uno scatto fotografico, realizzato in un momento di pausa allo stadio Olimpico, con una posa statica di un "perfetto passaggio di testimone"(???) (le riprese in movimento risultavano completamente sfocate). Certamente il modo di trasmettersi il bastoncino non era dei più ortodossi... Ma tant'è... Quella "rappresentazione" era forse più rivolta ai "posteri" (notare Elio come ammicchi verso l'obiettivo...) che ad illustrare un'effettiva situazione reale di gara!
La documentazione dello Sportivo ci ricorda la successione degli avvenimenti di quel giorno. Dopo la staffetta 2x100 vinta da Eugenio ed Ezio G. ci trasferimmo allo stadio Olimpico per effettuare la gara di salto in lungo che vide dominare lo specialista in tale disciplina, Giancarlo; grazie allo studio ed alla messa in pratica della tecnica appropriata per una giusta rincorsa, uno stacco imperioso ma soprattutto un movimento in volo che gli permetteva di slanciare le gambe verso la fase di atterraggio (tecnica che cercò di trasmettere a tutti gli atleti che erano volenterosi di migliorarsi, ma a volte i consigli non erano ben assimilati...) riuscì a sbaragliare il campo con dei balzi oltre i 4 metri.


La competizione degli 800 metri vide all'opera due atleti in contemporanea, per la prima volta, abbinati in base alla data di nascita, a partire dai più giovani, per finire con la coppia "terribile", come era chiamata dal cronista dell'epoca, Eugenio e Giancarlo. Per coprire la distanza degli 800 metri occorreva compiere 5 giri dello stadio la cui lunghezza era di 50 metri. Sicuramente i tempi rimasero influenzati dagli abbinamenti. La coppia Renato G. e Luciano la presero allegramente senza un minimo di agone, mentre già Renato ed Elio diedero vita ad una bella gara che vide prevalere Elio, molto più adatto alle medie distanze grazie anche alle sue lunghe leve, ed infine Giancarlo, fondista eccelso, diede filo da torcere ad Eugenio che riuscì a vincere solamente grazie al suo prodigioso sprint finale.
Incredibile, per la sorta di attrezzo in dotazione..., la gara del disco. Già... disputammo anche le gare di lanci! Disco, peso, martello (!), giavellotto... con attrezzatura artigianale ricavata con i più disparati materiali messi insieme dal fantasioso Ginca! Il disco, ad esempio, constava di una serie di ritagli di legno compensato, arrotondati e sovrapposti con incollaggio fino ad ottenere uno spessore congruo per una impugnatura manuale. Il tutto era poi stato arrotondato, modellato e levigato con una lima in modo da ottenere una circonferenza liscia ed un rigonfiamento verso la parte centrale  così come si poteva osservare negli attrezzi realmente utilizzati in atletica. La modalità di lancio era poi desunta dai disegni illustrati sul giornaletto del CSI, che avevo già citato nel precedente post, recuperato da Ginca in quel di Novara. Chi era più bravo a coordinare il moto rotatorio di mezzo giro (così lo avevamo ridotto a nostro uso) con il movimento di carica di potenza del braccio e relativo rilascio per la fase di lancio contemporaneo all'arresto brusco della rotazione, otteneva dei buoni risultati. Io ero riuscito a trovare una buona simbiosi con l'attrezzo; me lo sentivo saldo tra le dita e riuscivo pure a ottenere una bellissima coordinazione tra la mezza giravolta e l'estensione del braccio con conseguente rilascio del disco per sprigionare tutta la forza che avevo accumulato. A questo riuscivo ad aggiungere una quasi perfetta angolazione tra la parte piana del  disco ed il terreno in modo tale da ottenere un'eccellente parabola di lancio . Infatti vinsi la medaglia d'oro... 
Continuammo con i 400 metri piani, o quasi...  Il quasi è riferito al fatto che, occorrendo due giri e mezzo dello stadio per completare la distanza, si doveva vincere per due volte un leggero dislivello nella curva nord, poichè il campo non era perfettamente livellato. Se si vanno a rivedere alcune fotografie del post relativo alla colonia solare di Vergano , si possono meglio apprezzare queste imperfezioni. Sta di fatto che, comunque, all'inizio dell'ultimo giro, il superamento di questa leggera difficoltà era l'inizio di un cambio passo repentino. Fino a quel punto si erano mantenute delle forze , da lì in avanti esplodeva lo sprint finale fino al traguardo. Per lo meno a me dava quello stimolo. L'importante però per ottenere dei tempi migliori era l'andatura che si riusciva ad impostare nei primi 250 metri. La bellezza di questa gara era proprio nel tentativo, ogni volta che ci si cimentava, di aumentare sempre più la velocità in questo tratto per poter capire fino a che limite ci potevamo spingere onde mantenere ancore le forze per il rush finale senza cedimenti. Maestro in questa disciplina fu Eugenio. Le sue prestazioni miglioreranno sempre più nelle competizioni a venire fino ad ottenere  dei tempi strabilianti, per noi, al di sotto del minuto.
A seguire la prova del salto triplo, ultima gara dell'intensissima giornata. Disciplina completamente sconosciuta ai più. Anche in questo caso Ginca si prodigò per insegnarci la tecnica, con non poca difficoltà di apprendimento da parte dei più. Infatti sembrava a noi innaturale spiccare il primo salto ed atterrare con lo stesso piede di battuta per poi fare il secondo balzo con l'altra gamba e poi atterrare al terzo nella buca della sabbia. Pian piano riuscimmo a coordinarci, ma in gara qualcuno dei più giovani trovava ancora ostica questa tecnica. Come al solito, quando si trattava di applicare la tecnica ad una specialità, Giancarlo era l'indiscusso maestro. (Tra l'altro nelle sue uscite anche solitarie di allenamento era solito  migliorarsi sempre più nei risultati poichè questa era una disciplina che gli permetteva di misurarsi da solo le prestazioni). La sua vittoria  fu scontata mentre Elio, grazie alle sue generose leve, si classificò brillantemente secondo. 


Al prossimo post  per continuare la narrazione di quella settimana vissuta selvaggiamente liberi, grazie anche ai nostri genitori che non ci imponevano nessuna restrizione e ci lasciavano scorrazzare felici lungo le rive del beneamato Sciscion.

lunedì 10 maggio 2010

OLIMPIADI VERGANESI 1960




Non poteva essere che questa canzone, ormai diventata sinonimo di vittoria nell'ambito sportivo, ad accompagnare questo post di ricordi adolescenziali. I Queen nel loro primo ed antisegnano dei video musicali. Una rarità per i tempi in cui fu pubblicato. Difficilissimo poter rintracciare un video musicale allora!
Noi siamo i campioni, urla Freddie, e noi pure ci ritenevamo tali, per lo meno con la fantasia...
Correva l'estate dell'anno 1960. Le vacanze scolastiche allora erano una pacchia...Lunghi mesi a godere della libertà più assoluta. Pronti a scorazzare in lungo ed in largo per la valle del "Sciscion" a giocare al nostro Far West, oppure immergersi nelle sue lanche (la preferita era la "ssciusa") a sguazzare felici per interi pomeriggi, od ancora avventurarsi in bicicletta (scassatissime e col telaio da donna)alla ricerca di nuovi scenari e nuove strade mai percorse. Ma quell'anno eravamo in attesa di un avvenimento sportivo eccezionale. La radio (cosa dite?... la televisione?... non era ancora di casa!...)ed i giornali riportavano in un crescendo spasmodico di anticipazioni, la notizia per eccellenza: Le Olimpiadi moderne si sarebbero svolte a Roma. E per noi, orfani di immagini, iniziarono a moltiplicarsi le fantasie che si rincorrevano nelle nostri giovani menti immacolate. Solo qualche rara fotografia da Tuttosport (era comunque un quotidiano quasi esclusivamente da leggere e le foto risultavano rarissime.)e quelle molto più significative e abbondanti che apparivano sul settimanale "Lo sport illustrato" che a volte, con qualche sacrificio monetario, riuscivo a procurarmi, ci confortavano e aiutavano a creare il nostro immaginario.


Queste notizie alimentarono in noi (parlo al plurale, poichè allora i giochi di cortile erano condivisi con mio fratello Eugenio e mio cugino GianCarlo di due e tre anni più anziani di me.) la voglia di emulazione e di cimentarci nelle discipline più facili e replicabili senza nessuna attrezzatura. Essenzialmente quindi gare di corsa e salti derivati dall'atletica leggera.Mio cugino Giancarlo che allora aveva quasi 16 anni e che frequentava già il "Mossotti" istituto di ragioneria a Novara,era dotato di una non comune capacità organizzativa e da futuro ragioniere era in possesso di una predilezione verso tutto ciò che era statisticamente controllabile. Riusciva a raccogliere ed elaborare in maniera "mostruosamente" creativa qualsiasi dato gli capitasse di analizzare. Figuriamoci se non fosse stato in grado di "storicizzare" tempi e misure che saremmo andati a realizzare.
Dal punto di vista organizzativo, mi basta ricordare che, per rilevare le misure, ad esempio del salto in lungo oppure delle distanze dei 50 e 100 metri che avremmo dovuto percorrere, si era dotato di una "bindella" raccolta tra due lastre rotonde di latta fissate centralmente da un rocchetto di legno (usato allora per raccogliere il filo da cucire)per avvolgere una fettuccina lunga 20 metri sulla quale aveva segnato con una pazienza veramente certosina dei trattini e delle scritte numeriche, che demarcavano i metri, le decine di centimetri ed addirittura i centimetri stessi. Usando il metro da sarta flessibile, che allora non mancava in ogni casa, come modello di riferimento, ricostruì il primo strumento che ci necessitava.
Naturalmente la moderna bindella qui postata serve solo per dare l'esempio di come poteva essere quella rudimentale costruita da Giancarlo (abbreviato "Ginca" come lo chiamavamo allora), mentre il rocchetto è proprio come quello di allora.

Il secondo, per rilevare il tempo impiegato nelle gare di corsa, fu un orologio dotato di cronometro che permetteva di leggere anche i decimi , ma che però non aveva ancora la funzione di stop! Occorreva avere un grande occhio per captare il momento del fatidico taglio del nastro virtuale di arrivo. Fortunatamente il cronometrista ufficiale era solo Giancarlo e quindi gli errori, se ce ne fossero stati, avevano comunque lo stesso grado di imperfezione. Forse mal, o ben non si sa, gliene incoglieva quando per rilevare i suoi tempi eravamo io o mio fratello ad usare l'orologio....

Ma dove e con chi avremmo gareggiato?
Con chi è subito detto... Il trio era l'unica equipe "invitata" e iscritta alla competizione! Non ci sarebbero state discussioni per l'assegnazione delle medaglie: tre erano in palio, oro, argento e bronzo, e tre erano i concorrenti da premiare! I giochi della Prima Olimpiade, denominati Baraggioni 1960 proprio per la circoscrizione dei partecipanti al casale di residenza,furono solo quindi un inizio in sordina, prologo alle successive grandi edizioni, quelle di Vergano, protrattesi fino al 1964, che videro un grande numero di atleti parteciparvi.
E si svolsero giocoforza in località Baraggioni (con l'unica variante delle corse ciclistiche consumatesi sulla strada, allora semideserta, che portava da Boca al Santuario). In fondo al nostro Casale, intendo dire a sud, dove con la casa del Bruno dal "Pargot", che allora comunque non era ancora sorta, terminano le abitazioni, inizia la sottile distesa prativa delle valle del Sizzone che porta verso Fugnano. A ridosso del declivio orientale che sale verso il Colombaro, in località Baragiuna, un ben segnato sentiero costeggiava il confine di un prato, da una parte, ed un filare di alberi che delimitavano una carrareccia, dall'altra. Lì ci recammo; con la famosa bindella rilevammo che potessero esserci almeno 100 metri piani in dirittura e decidemmo di svolgervi le corse ed i salti delle specialità di atletica. Il luogo venne denominato Stadio Olimpico nei reportage che mio cugino Ginca pubblicò per l'occasione sul periodico che aveva fondato, nel quale scriveva e che aveva cura di redigere e stampare amanuensemente.

Scritto con minuziosa attenzione su un foglio tipo A4 piegato in due, è un'incredibile testimonianza di come vivemmo quegli anni, spensieratamente, ma anche molto ma molto sportivamente. Stupefacenti sono pure gli inserti pubblicitari, copiati probabilmente dai giornali sportivi di allora. Chi vuole apprezzare lo stile volutamente pomposo e ridondante degli "articoli" che avrò cura di accludere, non ha che da cliccarci sopra e sorridere con noi delle gesta grandiose, a mò di "Tartarinate" (da Tartarin di Tarascona prode e sbruffonesco cavaliere di ventura...), D'altronde potevamo fregiarci dell'onore di aver vinto delle medaglie alle Olimpiadi... di Baraggioni!



Quelle prime Olimpiadi ebbero un dominatore: mio fratello Eugenio. Nelle corse veloci non ebbe rivali. Non so ancora come abbia fatto a vincere io la gara più sprintosa, i 50 metri piani... Certamente era la mia specialità lo scatto breve, mentre Eugenio aveva una progressione micidiale.
Non l'ho ancora scritto ma lo sottolineo qui: le competizioni, ad eccezione di quelle ciclistiche, ebbero lo svolgimento in singolo, ossia ognuno gareggiava contro se stesso. Solo il riscontro cronometrico o la misura lineare decretavano la bontà e la dimensione della nostra prestazione. Era un bellissimo modo di combattere contro i propri limiti, per migliorarsi, esulando dal confronto diretto , senza cioè lo strascico, a volte sottile, della umiliazione della sconfitta.
Di quel periodo ho qualche immagine effettuata da noi con una scassatissima macchina fotografica acquistata per corrispondenza con un coupon apparso su Topolino. Credo che fosse una Ferrania. Il bello è che anche lo sviluppo delle fotografie fu fatto da noi stessi, in un buio sottoscala con l'attrezzatura fornitaci da Gino "Quaia" nostro eccentrico vicino di casa del quale avrò occasione di parlare in un altro post.
Facenti parte delle vere e proprie gare sono le due immagini che inserirò ora. Purtroppo la qualità è veramente scadente. La ripresa in movimento, con quell'antidiluviano apparecchio, dà un risultato a dir poco obbrobrioso. Io nell'arrivo dei 50 metri, sembro un vecchietto calvo.....(come lo sono ora...)


Quello che spicca il salto in lungo è Ginca. Un maestro nelle discipline dei salti. Riusciva a coordinare i giusti movimenti facendo esplodere al momento giusto la carica muscolare per spiccare i salti. Cercava di inculcare anche in noi la miglior tecnica per far rendere al meglio la potenzialità che avevamo grazie alla facilità di corsa. Incredibile fu anche l'approccio al salto triplo che, inizialmente ci risultò ostico a causa della sincronizzazione dei movimenti. Non lo avevamo mai visto eseguire dal vivo... Imparammo la tecnica dagli schizzi disegnati in una rivista del CSI, credo, dedicata ai giovani per l'apprendimento dei fondamentali dell'atletica leggera. Rivista che Ginca aveva recuperato in quel di Novara presso la biblioteca del convitto dell'oratorio dove soleva consumare il pranzo prima del turno pomeridiano di scuola. (Convitto che frequenterò anch'io nell'anno in cui feci le superiori a Novara).
Inserisco un altro documento d'epoca.
Al termine della I Olimpiade, Ginca redasse questo extra allegato allo Sportivo. Tutti i risultati conseguiti e la cosiddetta "medagliera" come l'aveva chiamata. Ancora non leggevamo sui giornali il termine giustamente usato poi in seguito "il medagliere" ( quanto giustamente non si sa...) Lui l'aveva chiamata al femminile e forse anche più appropriatamente poichè poteva considerarsi come una bacheca (femminile...) nella quale riporre ed evidenziare le medaglie vinte : una medagliera, quindi.
Ci sarebbero altre mille cose da scrivere, ma me le riserverò per il prossimo post dedicato alle Olimpiadi di Vergano, quando la partecipazione di altri ragazzi renderà lo stesso più interessante e con fotografie che farà piacere rivedere dopo quasi cinquant'anni.
Mi limito a ricordare che del famoso Stadio Olimpico che vide lo svolgersi della prima edizione delle Olimpiadi Verganesi, non rimarrà più traccia negli annali sportivi. Il "trio" prese la direzione nord e si avventurò sulle sponde del Sciscion per cercare delle alternative per i campi di gara. Uno fu riscontrato in zona "Ssciusa". Poteva permettersi un bel rettilineo di 50 metri ed un percorso di 100 metri con una poco sensibile curvatura. Fu praticato per qualche rara occasione.
Lo sbocco naturale delle nostre vicende fu lo stadio "Beniamino" , utilizzato nel passato, come ricordato, per la Colonia Solare di Vergano. Quando vi ponemmo piede era ancora in ottimo stato. Necessitò solamente di un taglio d'erba e di un piccolo lavorio di disboscamento di leggeri arbusti. Ci insediammo lì e per almeno sette od otto anni visse una felicissima stagione di piccoli e grandi eventi.
Nello scandagliare le varie ipotesi di utilizzo del territorio per insediarvi lo stadio dei nostri sogni, vagavamo per le rive del Sciscion e esploravamo le sue sponde. Ho un paio di scatti che documentano le escursioni del trio nei pressi del torrente mentre "scalano" la parete occidentale della riva del Sciscion,poco più a nord del "punt'd tola", che in tale zona è abbastanza scoscesa.

Eugenio ed io alla base della "scalata"



Ginca ed io al culmine della "scalata". Dietro noi, sulla collina oltre la valle, Mirasole la parte settentrionale di Vergano




Ingrandimento alla base della "scalata
Io sto sorridendo, forse già allora consapevole delle "rodomontate" che ci creavamo nelle nostre piccole testoline. Ma il mondo ci appariva troppo grande e immaginavamo di farci grandi pure noi. We are the champions, siamo i campioni. Non era per niente vero, naturalmente, ma è stato bello crederci e giocarci.
E dopo di noi, temporalmente naturalmente..., entreranno nella leggenda dello sprint Harmin Hary e soprattutto Livio Berruti e la gazzella nera Wilma Rudolph, eroi della pista dell'Olimpico. Delle loro imprese mi risuonano ancora nelle orecchie i commenti alla radio in diretta ( Forse era già Paolo Rosi?) e mi ricordo di essermi catapultato in cortile gridando e correndo come un forsennato su e giù per la strada dopo che Livio tagliò per primo il fatidico nastro... Lui sì che era in cima al mondo!







martedì 9 giugno 2009

IL CARRETTO (Al carott)

Ci sono accadimenti che restano impressi nella mente, per sempre. Forse non dobbiamo più chiamarli solamente ricordi, poichè convivono sempre con noi ed affiorano ogni volta che sfioriamo qualcosa a loro legata: non hanno bisogno di essere riesumati a fatica dai meandri della memoria. Alcuni, specialmente quelli vissuti nell'infanzia, hanno contribuito a formare il carattere, oppure hanno condizionato il modo di essere e i comportamenti del futuro. E non è detto che, agli occhi degli altri, debbano essere stati eclatanti. Importante è, per chi li ha vissuti in prima persona, che diano modo anche negli anni a venire di suscitare emozioni come se fossero appena capitati.

Uno di questi accadimenti ha avuto per protagonista principale mio fratello Eugenio, di due anni più anziano di me, ed il "Carott". Erano i tempi in cui avevamo forse setto od otto anni e giocavamo spensieratamente all'aperto per i quattro mesi (!!! bei tempi...) di vacanza estivi dalle scuole.
Per avere materiale fotografico per questo post, dato che le immagini in Internet non mi soddisfacevano completamente, ho esternato al mio fratello (è lui il reporter delle immagini) il desiderio di fotografare degli antichi carretti degli anni cinquanta che i contadini usavano per i loro trasporti nei lavori agricoli. Un giorno Eugenio, reduce da una pedalata dalle parti di Sizzano e Barengo percorrendo la strada dove "le risaie lasciano il posto alle colline Novaresi", mi riferì che passando vicino alla tenuta "Il Parco Le Cicogne", location per banchetti, meeting, ricevimenti nuziali, (http://www.parcolecicogne.com/) di Marcodini Giancarlo , ne aveva notato uno proprio all'interno della tenuta.




Le due immagini sopra riportate sono ricavate dallo splendido motore di navigazione di Ambiente Italia 3D del "portale cartografico nazionale". (simulazione di volo su tutto il territorio nazionale!) Si notano il laghetto artificiale,la vasta tendostruttura, il porticato, la casa, all'interno del quadrilatero delimitato dalle strade circostanti.
Così ci è ritornato, armato di macchina fotografica, ed ha pure incontrato Giancarlo che noi conosciamo bene perchè siamo stati ,quando eravamo ancora giovincelli e lui un ragazzino, camerieri in erba presso il ristorante "Da Paniga" che suo padre avviò negli anni sessanta e che lui ha portato successivamente alla notorietà e ribalta anche nazionale. Grazie alla sua disponibilità, Eugenio ha potuto scattare diversi particolari del carretto (che è quello sopra e sotto raffigurato che lui ben sapeva di dover riprendere... e ne capirete il motivo continuando a leggermi. Nostra vicina di casa era la famiglia di una mia cugina, figlia di mia zia "Pina", anziana sorella di mia madre. Ne facevano parte,oltre i genitori, due ragazze (una mia coscritta) ed un ragazzo, nostri coetanei e compagni di giochi. Poche volte loro venivano nel nostro cortile, mentre io con mio fratello e mio cugino ci spostavamo spesso dietro casa nostra dove avevano la stalla ed il fienile. Luoghi più adatti per imbastire o improvvisare giochi e divertirci in compagnia, mentre da noi non esistevano particolari zone adatte per dar libero sfogo alla fantasia. Oltre ad avere, se non ricordo male, un paio di mucche, possedevano numerosi attrezzi agricoli poichè la loro attività era ancora prevalentemente dedita alla coltivazione dei campi e delle vigne. Tra questi un "barozz" (leggasi alla francese "bareauz"), un carro a quattro ruote lungo e senza sponde (non era da tutti...) ed un "carott", il più semplice mezzo di trasporto che necessitava solo di una mucca per il suo traino. Come quello in foto. Parcheggiato sotto il portico davanti alla stalla, diventava, quando scarico, il nostro beniamino per l'utilizzo in un gioco audace ed inebriante. Ci assicuravamo del blocco delle ruote tramite la manovella, posta sul lato di una stanga per poter essere subito utilizzabile dal conduttore che affiancava la mucca che trainava il carro. Comandava una vite senza fine collegata ad una serie di bacchette che mettevano in tiro o in rilascio la traversa alla quale erano attaccati i "ferodi" frenanti, a seconda se girata a destra o a sinistra.

Quasi all'estremità delle due stanghe dove era collegata l'imbragatura per la vacca, adattavamo un seggiolino proprio in mezzo ad essa. A turno vi ci sedevamo, mentre tutti gli altri andavano a far forza sulla parte posteriore del carretto in modo da innalzarlo verso il soffitto e poi rilasciare le forze ed accompagnare il più velocemente le stanghe verso la discesa a terra Ho trovato in rete questa spassosissima immagine che può ben dimostrare il tipo di gioco che usavamo fare... Dai e dai, ci si impegnava a potenziare maggiormente la spinta della parte posteriore del carretto fino a farla arrivare sempre più velocemente in alto e poi a terra. Chi era seduto tra le stanghe strillava entusiasta ad ogni rimbalzo in sù, aiutandosi poi, a volte, con la spinta delle gambe per avere uno stacco più deciso.E l'eccitazione aumentava. Chi era alla parte posteriore rinvigoriva lo slancio facilitato anche dal ritmo altalenante che assumeva il movimento del carretto, sempre più velocemente. Fino a che.. Una bella volta l'eccesso di vigoria utilizzata dagli "spintori posteriori" non produsse il patatrac... Mi ricordo che davanti ero seduto io. Dopo essere stato lanciato in alto per tre o quattro volte, l'ebbrezza iniziava a lasciar posto ad un pò di "fifa" a causa degli stacchi sempre più violenti al momento di cambiare direzione, con conseguente possibilità di perdita di equilibrio. Decisi quindi di abbandonare il seggiolino, una volta posati i piedi a terra, e portarmi anch'io verso il retro per dare il cambio agli altri. Appena lasciata la postazione di lancio, mi accorsi che posteriormente continuavano nella loro opera di movimentazione e la velocità aumentava. Le stanghe senza più il mio pur limitato peso, si innalzavano vorticosamente verso il cielo... ed un urlo risuonò da dietro... Vedetti mio fratello Eugenio iniziare a correre, piangendo e strillando, verso il sentiero che portava alla nostra abitazione, appena lì a due passi. Trasecolai. Non mi resi conto subito di cosa fosse successo. Chiesi qualcosa ai cugini e capii che si era fatto veramente male seriamente. Mi misi anch'io a correre verso casa giungendovi quando mia madre, gridando per la disperazione, già stava occupandosi della gamba destra di mio fratello. Riuscii a vedere solo del sangue, poi distolsi gli occhi e mi allontanai. Sentii dire di chiamare il dottore, sentii profferire la parola "tetano": spettro di ogni nostro infortunio con ferite da taglio su oggetti arrugginiti. Me ne stetti in disparte non osando interferire e maturando dentro di me un turbinio di domande. Cosa era successo? Ero stato io, abbandonando il gioco, a causare quella disgrazia? Avrei dovuto avvisare che mi staccavo? Saliva sempre più in me un senso di disagio e mestizia che instaurava pian piano nella mia mente una specie di senso di colpa rimasto poi negli anni : avevo causato del male a mio fratello. Venne chiamato il dottore medico condotto dal telefono del negozio di alimentari, in cima alla via del Casale. Nessuno allora lo possedeva in casa. Il dottor Orazio Di Francesco, nostro mitico e apprezzatissimo medico di famiglia, giunse in pochissimo tempo, in bicicletta da Borgomanero ( Tempi eroici per la categoria...) con l'occorrente per medicare e cucire la ferita di mio fratello, iniettargli l'antitetanica e fasciare il tutto. Ma cos'era successo?
Nella foga della spinta, o meglio con la velocità di discesa assunta dal carretto, un uncino dell'argano, che veniva utilizzato per tirare ed avvolgere con la "soga" (corda di canapa) il carico sul pianale, andava a conficcarsi nella coscia di mio fratello procurandogli un gran buco che andava in profondità e che gli aveva lacerato brandelli di carne.


Ne ostenta ancora oggi la cicatrice, quasi con orgoglio. Ed io rabbrividisco rivedendolo sanguinante correre urlando verso casa...