Vergano

giovedì 15 ottobre 2009

cammina, cammina...La cascata dell'Aqualba

 


"Luglio, col bene che ti voglio..." cantava Riccardo Del Turco in un famoso hit degli anni sessanta, tormentone estivo vincitore del Disco per l'estate 1968.
Ebbene sì! Posso dire anch'io che voglio bene al mese di luglio, specialmente se come quest'anno e l'anno scorso non ci molesta con giornate afose e gravide di umidità. Su di me, il caldo asciutto e secco ha sempre avuto un influsso positivo facendomi venire la voglia di muovermi per espellere catinate di sudore e sentirmi di conseguenza "un pò più leggero"... Ed ora che siamo ormai vicini al momento di accendere le caldaie, ho un pò di nostalgia per le giornate trascorse nel mese di luglio di quest'anno che mi hanno visto spesso e volentieri percorrere la sponda occidentale del lago d'Orta in camminate anche solitarie. A maggior ragione rimpiango quelle belle giornate perchè poi, purtroppo, sono incappato in un'altra forzata pausa per problemi fisici che si protrarrà per ancora qualche mese. Ed il mio blog ne ha risentito... Approfitto di un momento tranquillo, per pubblicare, se riesco, un paio di escursioni, prima di assentarmi ancora per altri interventi di "restauro".


25-07-2009 Colma-Oira-Nonio-Colma.
Partenza ore 16,06 Arrivo ore 19,06 Km. 10,03

(Cliccare sulle immagini per meglio individuare il percorso, tracciato in blu)


E' quasi blasfemo confessare che non sono mai stato ad Oira!... Per uno che abita nelle vicinanze del Cusio, questa è una grande manchevolezza. E confesso pure che della cascata del Qualba (si dice pure Aqualba) non ne ero quasi a conoscenza visiva. Mi ero limitato a fantasiose escursioni sulle carte topografiche che spesso e volentieri mi fanno compagnia nella ricerca di future esplorazioni. Proprio per andare ad ammirarla dal vivo, dopo averne visto delle fotografie, ho deciso di affrontare questa facile escursione percorrendo un tratto della terza tappa dell"Anello Azzurro" di Girolago, partendo da Colma, frazione di Cesara.



La bella immagine sopra riportata è una fotografia scattata da mister Alfa ,amico blogger del "Lago dei misteri", da un motoscafo sul lago e riprende la cascata in un momento di ottima portata d'acqua.
Giunto a Colma, in macchina, ho faticato a trovare un posto dove parcheggiare. Ho proseguito verso Grassona e, notato un piccolo spiazzo a bordo strada dove già c'erano tre macchine ed il posto per una quarta, non ho avuto esitazioni ad occuparlo. Al ritorno, sorpresa...Un enorme foglio di cartone, posizionato sul vetro posteriore della mia vettura, mi ammoniva con la scritta "Questo è un parcheggio privato!!!" a caratteri cubitali. Con un pò di preoccupazione ho ispezionato la carrozzeria temendo di trovarvi qualche ricordino. Fortunatamente l'incavolato ma civilissimo "cartellonista" si è limitato solo a ciò e, forse, a qualche smoccolamento; e di questo lo ringrazio anche se non lo avrò tra i miei lettori. Non mi ero accorto, nascosto dalle altre macchine già presenti, del cartello che segnalava la privatezza del parcheggio, tanta era, anche, la voglia di partire subito per l'escursione vista l'ora già avanzata del pomeriggio. Sono le quattro passate quando accendo il mio fidato Gps e mi accingo a ritornare verso Colma per poi scendere dalla strada che porta verso Ronco superiore. Il mio sguardo è stato attirato dal monte Il Pizzo. Da qui l'ho potuto osservare da una diversa prospettiva e l'ho fotografato ripensando con gioia a pochi giorni fa quando avevo scoperto le meravigliose panoramiche che mi aveva offerto dalla sua cima. (Vedi il post qui linkato) http://http//alsciscion.blogspot.com/2009/08/monte-pizzo-wild-mountain.html. Si può osservare come la montagnetta sia caratterizzata da due cime che sono quasi alla stessa altitudine (Guardando la cartina che ho allegato, si osservano chiaramente le curve altimetriche che le conformano). Su quella più a nord è posta la croce presso il belvedere la cui staccionatura protegge dal dirupo che è sopra Nonio, ed è la cima che ho raggiunto io. Dietro le due gobbe del Pizzo iniziano i contrafforti del monte Mazzone la cui stazza incombe sopra Cesara e si propone come dominante (1234 m.) tra le vette che si affacciano sulla riva occidentale del Cusio. Appena inizio a scendere da Colma, affrontando il versante lacustre, intravedo il lago, mascherato dal bosco, che fino ad ora era rimasto oscurato dal crinale. Oltre, il Mottarone; mi viene offerto in una insolita visuale per me (abituato e vedere ben distinto il cocuzzolo della cima con le antenne dei ripetitori, qui è invece in secondo piano e neanche troppo visibile rispetto alle rocce che occupano lo scenario). Vigila solenne sulla tranquillità del lago. Proseguo ed il primo tratto di strada asfaltata, in direzione sud, si presenta ripido e dritto e mi fa pensare alla difficoltà che avrò nel risalirlo, quando sarò già stanco, al ritorno.E mi viene qualche dubbio sulla scelta di oggi, anche se non avevo per niente programmato il percorso. Normalmente nelle nostre uscite iniziamo a salire, mentre il ritorno, in discesa, è più consono alle nostre stanche membra...E mentre cammino penso che avrei potuto partire da Oira direttamente, arrivandoci in macchina, e poi decidere di salire verso Colma per lasciarmi il tratto di ritorno in discesa. Ma poi ricaccio questa ipotesi perchè l'arrivo ad Oira dovrebbe essere il sugello ad un percorso conquistato e scoperto per la prima volta, con nuove immagini e scenari da ammirare piano piano, centellinandone le sensazioni. Quindi camminare lentamente ed assaporare il gusto del calpestare nuovi sentieri per la prima volta ed avere come meta un luogo desiderato e immaginato da tempo. Arrivarci in macchina non mi avrebbe procurato le stesse emozioni.
Dopo aver superato le prime case di Ronco superiore occorre puntare verso nord. Giunto al bivio dove sorge l'Oratorio di San Giulio, altrimenti denominato anche Oratorio della Natività di Maria Santissima, bisogna proseguire dritti; girando a destra si scenderebbe fino all'abitato di Ronco, sul lago. Trovo i primi segnali del "Girolago" e, confortato da ciò, affronto per la prima volta il sentiero che mi porterà verso Oira.
Non ci sono molte vedute sul lago. Si cammina in mezzo al bosco. Quando però si apre uno squarcio tra gli alberi, lo scenario che si presenta in questa stupenda giornata di luglio è fantastico. I colori ravvivati dall'atmosfera limpida sono uno spettacolo per gli occhi. L'azzurro del cielo si specchia nelle acque leggermente increspate e ne viene riflesso ancor più fulgido e vivo. Il silenzio che si "respira" tra il verde è impareggiabile. Solo in lontananza, attutiti, giungono i rumori della civiltà; per lo più motori di auto che percorrono la strada orientale del lago.
Il percorso è in leggera discesa ed il sentiero è ben tenuto. Nel bosco il calore di questo pomeriggio assolato non trapela ed il camminare mi è dolce e piacevole. Arrivo ad un bivio. Non noto nessun cartello del "Girolago". E penso che se debbo scendere verso il lago, la strada da seguire sia quella a destra in quanto sembra che degradi mentre quella di sinistra si alza leggermente.E poi il lago è alla mia destra. Quindi la decisione è quasi scontata... Più avanti costeggio una cappelletta il cui dipinto è ormai consunto, poi il bosco si apre su uno spiazzo verde che va a sfociare nell'azzurro.
Curioso di vedere cosa mi riserva questo pianorino, avanzo e sono sorpreso di venire accolto dall'abbaiare stridulo di un cagnolino tutto pepe. Mi avvicino ad una bella casa ristrutturata dove nei suoi pressi una giovane signora sta facendo pulizia nel prato verde già ben curato che circonda l'abitazione e richiama il suo batuffolino ringhioso verso di sè.E' un bel luogo, tranquillo, pulito ed idilliaco. Lontano da ogni trambusto, con una finestra sul lago meravigliosa. Oso chiedere alla signora, restando sul sentiero, se quello che sto percorrendo sia la via giusta per arrivare ad Oira. Dopo un attimo di esitazione, in un italiano stentato con accento e cadenza teutonica, mi risponde ed io interpreto che il sentiero più frequentato e tenuto meglio è quello parallelo a questo ed è appena più in alto. Anche da qui potrei passare, a mio rischio, però, perchè più avanti non è molto praticabile ed a volte non è individuabile. Sinceramente sono tentato di proseguire da qui poichè ritornare indietro non mi aggrada particolarmene. Poi, comunque, anche per accontentare la signora che è stata gentilissima e per non deluderla, la ringrazio, la saluto e ritorno sui miei passi. Accidenti!. Arrivo al bivio dell'errore ed appena imbocco l'altro sentiero, sorpresa... Un ben evidente cartello del Girolago sembra irridermi e canzonarmi... Però.. gli amici di Girolago potevano metterlo un pochino più indietro in modo da notarlo subito! Comunque in questo caso stupido sono stato io a non osservare bene ed a fidarmi solo delle mie sensazioni e deduzioni. Da qui in avanti i cartelli segnalatori saranno sempre più numerosi. Vedremo dipinte di azzurro anche le rocce ed i sassi che si trovano sul sentiero, a volte esagerando pure. Nonostante ciò ho imboccato un'altra volta la via sbagliata...Ad un certo punto avrei dovuto deviare decisamente a destra scendendo per il bosco ed abbandonando il bel sentiero che stavo seguendo e che procedeva dritto.. Anche qui, purtroppo la segnalazione è stata posta un pò più avanti rispetto al momento in cui sarebbe stata necessaria. Io ho proseguito per il tracciato più pulito e largo senza proprio accorgermi che c'era una deviazione, non tropo evidente, che scendeva tra le piante. Ho cominciato ad avere qualche sospetto di aver nuovamente sbagliato quando, dopo un lungo tratto a semicerchio, mi sono trovato a dirigermi verso sud...ed alla mia destra, sotto la riva scoscesa, sentivo lo scroscio del torrente Qualba ma non vedevo possibili accessi per il suo guado. Ho capito che stavo puntando verso Cesara su un sentiero che risaliva la sponda destra del torrente. Ho approfittato di questa deviazione per scattare una foto del monte "Il Pizzo" da un'altra angolatura. Se potete zoommare sulla foto, noterete sul picco la sagoma sfocata della croce di vetta.
Un pò avvilito e costernato , impreco tra di me perchè nonostante questo sia un percorso segnalato non riesco a proseguire senza intoppi e debbo perciò tornare indietro e trovare le indicazioni per la retta via. Anche in questo caso facendo più attenzione riesco a vederli questi benedetti cartelli; e sono più di uno e ci sono pure i sassi pitturati...
Inizio il tratto meno bello, forse, della mia passeggiata. Scendo nel bosco, tra alberi caduti e rinsecchiti e legname sparso ogni dove. Il sottobosco non è bello e sembra senza vitalità. Credo che soffra, quasi si sentisse abbandonato. Terminata la traversata , il sentiero inizia a costeggiare in direzione est-ovest la ripa che scende verso il greto del torrente Qualba che si sente rumoreggiare, finalmente. Anche qui esiste una possibilità di scelta (senza indicazioni...). Naturalmente opto per quella che mi fa scendere verso il torrente a scapito del percorso che invece tende a risalire in direzione est. Poco più avanti un albero mi sbarra il sentiero. Non lo oltrepasso poichè penso che sia strano che non sia stato rimosso dai frequentatori di Girolago. A meno che sia caduto proprio in queste giornate...Ed allora mi viene la tentazione di andare ad esplorare l'altro ramo di sentiero che non avevo preso in considerazione. Così sono giunto fino ad una vecchia costruzione diroccata le cui pareti stanno diventando un tutt'uno con il bosco in quanto l'edera e le sterpaglie l'hanno ricoperta quasi completamente mimetizzandola e consegnandola alla natura che sembra averla cooptata. Il sentiero muore proprio davanti alla porta. Noto una possibilità di risalire lateralmente e riguadagnare il bosco per procedere poi verso sud, ma comprendo che questa è la via alternativa che la signora tedesca mi aveva sconsigliato. Capisco che debbo ritornare ancora una volta sui miei passi ed andare a superare il tronco caduto per avvicinarmi finalmente al torrente. Ed ora scendendo mi avvicino sempre più al rumoreggiante Qualba fino a vederlo, finalmente. Poca acqua in un greto ricco di sassi e rocce; qualche rivolo a cascatella che si getta nel corso principale; pochi raggi di sole, tra il fogliame, vi si riflettono. Credo abbia avuto una storia travagliata da problemi di inquinamento. Ecco un articolo apparso su La Stampa di Torino del 18 maggio 1982. Grazie al prof. Ambrosini ed alla Diandra University, Centro Italiano di Antropologia e di Scienze Naturali,si scoprirono inquinamenti da cromo che portarono alla chiusura di una conceria di Cesara. http//www.ambrosiniscienze.org/inquinamento1.htm

Ora il sentiero costeggia il torrente in direzione ovest fino a raggiungere il punto in cui si può attraversarlo su un bel ponte in legno.
Oltre il ponticello salgo, su un sentiero conformato a gradini, per un breve tratto per poi ritornare a una lieve pendenza su un tracciato ben tenuto. Costeggio un cascinale sulla mia sinistra ed infine sbuco sulla strada asfaltata che scende da Nonio verso Oira.

Sono in località Valbai dove sorge una chiesetta dedicata alla Madonna della neve. E' un semplice ma bell'oratorio costruito in diverse epoche. La cappella originaria fu ampliata con la attuale navata in data 1692, mentre il portico fu aggiunto nel 1906. All'interno è presente un dipinto che raffigura la Pietà ma non se ne conosce l'autore. Dopo il lungo tratto percorso all'ombra del bosco, ritorno alla luce del sole che illumina splendidamente questa magnifica giornata. La vista che si gode scendendo dai ripidi e tortuosi tornanti che portano al paesino rivierasco è semplicemente spettacolare. Oira è incastonato in questa stretta vallettina scavata da un torrentello del quale purtroppo non ho annotato il nome e che nemmeno si trova riportato su nessuna carta topografica. Sullo sfondo Omegna, a chiusura del lago, ai piedi dell'imponente Mottarone.

Oira è di origine antichissima. Basti pensare alla cava di serpentinite, la così detta Pietra d'Oira, che assume col tempo un caratteristico colore bronzeo, che si trova nelle vicinanze. E' stata usata nell'architettura rinascimentale (ad esempio a Milano nel portale di Santa Maria delle Grazie, nel Chiostro occidentale di Sant'Ambrogio, nella facciata di San Raffaele). E nella basilica dell'isola di San Giulo si trova l'ambone (pulpito) datato 1130 composto da sei pezzi che sono "una vera predica per immagini" tali sono le reminescenze che generano le sculture effettuate da un anonimo artista. Certamente l'essere sulla riva del lago favorì nei trasporti questa antica "industria" di Oira.
Linko il sito del blog di Orta dove se ne illustrano le caratteristiche.

http://www.ortasangiulio.com/compaginagt.asp?id=243&S=1885&C=1 Scendendo, ai bordi della strada, trovo tracce di questa industria del "sasso" o degli "scalpellini" di una volta. C'è ancora chi sfrutta questa cava, a vedere l'attrezzatura che fa bella mostra di sè nel cortile di questa casa che ha tutta l'aria di essere stata nel passato sede di quache importante attività estrattiva. Non so se le mie impressioni sono nel vero e se effettivamente esiste ancora questa attività, ma mi piace pensare che lo sia proprio per la storicità che ha assunto questa cava di Oira. Come al solito se qualcuno è a conoscenza di qualche elemento in più, è ben accetto nell'angolo dei commenti. Mentre sto per arrivare al centro abitato, mi volto alle spalle, verso Nonio, per cogliere un'altra istantanea del monte Il Pizzo. "Tanto caro mi fù quest'ermo colle"... mi sovviene.. ed in effetti lo sto rimirando da ogni posizione, ormai. Questa visuale la fa sembrare un'unica cima in quanto quella dove sorge il panoramico ballatoio nasconde la sua gemella dietro di sè. Sono impaziente di raggiungere il bordo del lago per cui mi soffermo solamente per un paio di scatti, davanti alla Chiesa di San Silvestro la cui cappella originale risale, probabilmente, al 1200.
Per scendere al lago c'è ancora un piccolo ma ripidissimo tratto di strada. Nel percorrerlo mi imbatto in una cappella dedicata a San Maurizio, ad opera degli Alpini di Nonio, di recentissima inaugurazione e resto ad ammirare qualche scorcio suggestivo e romantico in questa atmosfera di pace e tranquillità.

Ed eccomi con la distesa azzurra davanti a me mentre le grida dei ragazzi, che giocano nell'acqua nei pressi di un lembo di spiaggetta, non disturbano per niente. Anzi, sembra che vengano ovattate e disperse con le onde che lambiscono la sponda senza importunare il silenzio che intorno regna sovrano.Vado sul molo dove attraccano i battelli della navigazione del Cusio e scatto due foto, una in direzione di Omegna, l'altra verso sud con il Monte Camosino in primo piano, per immortalare questo stupendo angolo di quiete.
E' ora giunto il momento di dirigermi là dove "so" che sfocia il Qualba gettandosi da un salto di almeno 30 metri: la cascata dell'Aqualba... Debbo percorrere un leggero tratto sterrato che si innalza leggermente per poi ridiscendere a livello del lago. A quest'ora del pomeriggio qui il sole non è più di casa. Le montagne che si alzano subito alle spalle del lago impediscono di goderlo. All'ombra e tra la vegetazione la temperatura è gradevolissima. Mi ritrovo all'ingresso di un prato verdeggiante contornato da alberi secolari. E' un ingresso delimitato da due colonne laterali che un tempo probabilmente erano la struttura portante di una cancellata. Ringrazio il cielo di potervi entrare... Là in fondo una casa, di nobile aspetto, della quale si sa che fino ad alcuni anni fa era sede di un ristorante o per lo meno una trattoria, con forse la possibilità di alloggio viste le dimensioni e le finestre al secono piano. E dietro di lei... non si vede, ma c'è il motivo della mia camminata odierna...Spero ci sia un accesso facile e di poter giungervi proprio sotto! Appena metto piede sul prato verde, le mie speranze si infrangono contro un muro teutonico di intimazioni e, forse, improperi. Due anziani coniugi, rilassati sulle sdraio, appena mi vedono scattano in piedi e mi impartiscono di abbandonare la "proprietà privata". Nein nein...Sono distante da loro almeno venti metri e se accenno a proseguire subito continuano con le invettive, mentre io cerco di spiegare loro che voglio passare solo per andare a scattare qualche fotografia alla cascata.Non ci sono ragioni, più cerco di perorare la mia causa più si incavolano. Il tutto sempre a debita distanza...Quando forse hanno capito, dopo avergli mostrato la macchina fotografica alzandola, mi suggeriscono in un italiano quasi afferrabile di passare sopra per andare a vedere la cascata... Vagli a spiegare che l'unica via di accesso è questa! Non c'è proprio possibilità di intenerirli. Con la lingua di mezzo, poi... Con la coda tra le gambe sono costretto a desistere e ritornare da dove sono arrivato. La cascata non l'ho proprio neppure intravista! Non poteva finire qui. Io la cascata la volevo vedere con i miei occhi.La prima domenica di settembre, grazie al motoscafo di Federico,abbiamo fatto un'escursione sul lago, partendo dalla "Baia" di Pella ed abbiamo puntato decisamente verso Oira. Finalmente, sostando davanti "la proprietà privata" dei tedeschi, ho potuto vederla ma, purtroppo in quei giorni la portata d'acqua del torrente non permetteva di farle fare bella figura. Solo due miseri rigagnoli la solcavano; non c'era l'effetto "spuma bianca" che tanto sognavo di ammirare.Ma... ritornerò!

Mi accingo a prendere la strada del rientro. Abbastanza amareggiato per l'esito della mia escursione. Scatto l'ultima foto, con una punta di malcelata invidia, del molo di attracco della villa teutonica e dei due motoscafi lì ancorati. E' veramente un luogo incantevole , ma... privato! La salita verso il ritorno è veramente dura ed impegnativa. Mi viene a volte la tentazione di chiedere un passaggio alle rare macchine che transitano. Poi il solo fatto di vederle arrancare mi fa desistere: non voglio mettere in difficoltà gli autisti per ripartire... Ho deciso di percorrere la strada asfaltata che porta fino a Nonio e poi da lì per la litoranea ovest del lago arrivare a Cesara e risalire fino a Colma dove ho parcheggiato. Stempero un pò della mia amarezza godendo comunque della stupenda atmosfera che mi circonda. Quando arrivo però sulla provinciale mi concentro solamente nel cercare di percorrerla il più velocemente possibile, anche se l'occhio va a cercare altre visuali del Monte Il Pizzo...
Da Nonio e da Cesara, con il Monte Cerano ed il Poggio Croce sullo sfondo.
Mi accomiato dai miei lettori di blog perchè credo di dover restare assente per almeno un mese, a causa di lavori di restauro...(miei..., non del blog...).
Vi lascio con una bella immagine della sponda occidentale del lago d'Orta, da Pella ad Omegna, scattata in occasione dell'uscita in motoscafo con Federico. I miei occhi si illuminano quando, individuando le cime delle montagne che fanno da corona al nostro stupendo lago, mi vengono in mente le camminate fatte per scoprirle e percorrerle.

giovedì 6 agosto 2009

Cammina, cammina...La Massa del Turlo


Mercoledì 5 agosto 2009 Alpe Le Piane-Massa del Turlo e ritorno km. 9,4


Partenza ore 8,59 In vetta ore 11,47 Ritorno ore 15,07



Dislivello 763 m.






Like a rock, canta Bob Seger... Ma in effetti, con questa impegnativa e faticosa escursione in compagnia dei Vercelli brother's al completo, non sono rimasto saldo ed indistruttibile come una roccia , appunto. Dopo un periodo di facili camminate lacustri, ritornare a percorrere sentieri montagnosi con dislivelli importanti, ha fatto entrare in crisi i miei muscoli che hanno iniziato a dare segni di strappi e crampi fin già da metà ascesa. Lasciando che i miei fratelli proseguissero con il loro passo, mi sono adeguato alle mie condizioni e, piano piano ho raggiunto anch'io la meta che ci eravamo prefissati: la vetta della Massa del Turlo, denominata pure Il Giandolino.

Caricati armi e bagagli sul "Pandino" di Arnaldo, ci siamo diretti verso la Valsesia raggiungendo in breve, nonostante qualche piccolo intoppo di traffico, Varallo. Qui abbiamo deviato a destra imboccando la Val Mastallone, la prima delle due importantissime valli laterali che caratterizzano il versante orografico sinistro della Valsesia. (l'altra è la val Sermenza che porta a Rima e che a metà si sdoppia verso destra nella val d'Egua che culmina nella conca di Carcoforo).Ne percorriamo il tratto iniziale per circa quattro chilometri e poi, in località Barattina, imbocchiamo il bivio a destra che sale verso Cervarolo, mentre essa prosegue stretta e tortuosa, superando il ponte della "Gula", insinuandosi verso Sabbia e la relativa deviazione ancora a destra verso la val Sabbiola e poi verso Cervatto e Fobello per poi morire nella Valle Baranca ai confini con la valle Anzasca di Maccugnaga; una ulteriore diramazione a destra, prima di Cervatto e del "Ponte Due Acque", risale fino a Rimella e poi San Gottardo, punto di partenza per la Bocchetta di Campello che dà l'accesso alla alta Valle Strona.

Vista aerea delle frazioni di Cervarolo da nord Cartolina anni sessanta Cervarolo vista da sud

ecco il link dal quale sono tratte queste foto http://www.cervarolo.it/ vale la pena visitarlo.

Giunti a Cervarolo dopo aver percorso un ripido e stretto tratto di strada con alcuni tornanti, proseguiamo attraverso le sue frazioni, Villa Inferiore, Sassello, Villa Superiore e Volta, fino a che termina la parte asfaltata ed inizia un tratto sterrato abbastanza largo, mai in forte pendenza e con il fondo in buone condizioni che dopo circa tre chilometri termina al rifugio del Gruppo Camosci del CAI di Varallo in località Le Piane.
Il rifugio Camosci è una Capanna Sociale con 14 posti disponibili ma nessun locale invernale. E' una spaziosa costruzione custodita a turno col volontariato degli iscritti al gruppo Camosci del CAI di Varallo Sesia, nei giorni festivi con servizio di accoglienza per i soci stessi. E' stato costruito su una baita preesistente, nel 1956, e successivamente riadattato. La strada si interrompe qui e non si ha diritto di accesso al piazzale del rifugio. Provvediamo a girare l'auto e parcheggiarla in direzione di discesa a fianco della sterrata dove già sono posizionate diverse vetture. Ci carichiamo gli zaini in spalla, accendiamo il fido Gps ed iniziamo l'escursione. Optiamo per il sentiero che sale verso la bellissima chiesetta che ci accoglie in questa stupenda Alpe.




Arnaldo è andato a dare un'occhiata al suo interno





Presso questo bellissimo oratorio dedicato alla Madonna delle Nevi si raccolgono, nella prima Domenica di agosto di ogni anno, gli abitanti di Cervarolo e delle sue frazioni per festeggiarne appunto la ricorrenza. Ne documentiamo l'evento con l'immagine del 2006 tratta sempre dal sito (purtroppo non più aggiornato...) dell'Associazione Cervarolo. Oltre la chiesa ci accolgono le magnifiche baite ristrutturate che disseminano i pascoli dell'Alpe Piane. Ci sorprendiamo un pò nel vedere i loro tetti in lamiera color legno e non con le caratteristiche coperture montane, però non possiamo non ammirarne il loro perfetto inserimento nell'ambiente che le circonda. Il colpo d'occhio è veramente appagante. Un tempo le baite esistenti avevano tutte i tetti in paglia , quasi fossero dei "taragn", caratteristiche costruzioni della zona del Parco del Fenera. Possiamo vederne la metamorfosi da questa cartolina d'epoca (anni 50) confrontata con le immagini odierne. Iniziamo a percorrere il sentiero contrassegnato dal numero 640 che inizia proprio alla chiesetta e che ci permette di osservare quale sarà la meta del nostro camminare. Gianfranco ci invita ad ammirare, là alle sue spalle, i crinali che dovremo percorrere per raggiungere la cima Ventolaro prima ed infine la Massa del Turlo. Puntiamo decisamente a nord. Nell'attraversare Le Piane, tra le altre baite, notiamo un secondo rifugio. E' il rifugio, privato, Gaudenzio Cerini, adibito pure a servizio ristorazione. Di questo locale possiamo postare una foto degli anni sessanta, ricavata dal sito del comune di Cervarolo. Anche in questo caso possiamo fare un confronto con l'immagine scattata oggi, tenendo conto, però, della diversa prospettiva e della diversa inquadratura delle foto, notando l'ampliamento che ne è stato fatto. Nel vedere le vecchie immagini che riproducono il territorio delle Piane, non possiamo non notare che in passato i pascoli avevano la prevalenza nei confronti del terreno occupato dai boschi e dalla vegetazione. Certamente possiamo dedurre che al tempo fosse importante l'attività alpigiana di allevamento e pastorizia, per cui anche il territorio era adeguato alla bisogna. Al giorno d'oggi, pur mantenendo la funzione fondamentale di pascolo, forse l'alpeggio è ormai diventato luogo adibito a residenza estiva per i proprietari delle baite. Noi non abbiamo notato, oggi, attività dedite all'allevamento, mentre alcune foto, tratte sempre dal sito di Cervarolo, documentano che invece vi ci si svolge anche ai nostri giorni. La meta è ancora lontana, ma la bella giornata e la suggestiva località che stiamo scoprendo ci rendono di buon umore. Ancora di più lo diventiamo quando incrociamo una coppia di anziani che stanno discendendo dalla Cima Mazza Fontanelle, o per lo meno dai boschi dei suoi pendii, alla sinistra dell'Alpe. Lei porta sulle spalle una gerletta abbastanza capiente. Comprendiamo che sono cercatori di funghi , venuti ad iniziare la loro stagione proprio in questo posto così rinomato per questa cosa: ogni anno a Cervarolo si svolge una festa esclusivamente dedicata ai funjat. Arnaldo ed Eugenio, anche loro appassionati cercatori, non possono far altro che sorridere di fronte alla speranzosa e fiduciosa signora così ben attrezzata...Si permettono di lanciarle una domanda alla quale già sanno dare una sicura risposta. "Quonti si truvanu?" "Gnonca l'umbriia..." è la loro sconsolata e delusa affermazione. Sicuramente troppo in anticipo coi tempi! Così proseguiamo verso il termine della Piana facendo commentini tra di noi un pò sarcastici..."La vuleva forsi impinì la sciuvera?"... Abbiamo proseguito con due anziani signori biellesi (uno addirittura ottantaduenne...) che ci avevano preceduto nella salita in macchina fino a Cervarolo per poi cederci il passo quando la strada era diventata sterrata, probabilmente perchè non sapevano fino a che punto spingersi con il mezzo. Ritrovati, dopo i preparativi, ci hanno tenuto compagnia per un un pezzo di percorso, condividendo con noi il tratto che, dopo un bel bosco di faggi, ci ha fatti pervenire ad una zona prativa disseminata di faggi sparsi e betulle. Dopo questo terreno misto in località Crosa verso il Vanecc delle Piane, guadagnamo abbastanza rapidamente in altitudine e finalmente i nostri orizzonti si allargano e ci permettono di ammirare lo stupendo panorama che inizia a dipanarsi davanti ai nostri occhi. Siamo sulla dorsale che divide la val Bagnola, alla nostra destra, dalla val Sabbiola, alla nostra sinistra, salendo.Ed appare nella sua maestosità il Monte Rosa. Proseguiamo a rilento, ora, poichè ci soffermiamo spesso per godere del bel panorama che è apparso ai nostri occhi, ma anche perchè io mi attardo per le riprese con la telecamera e ...per riposare... A proposito molte delle immagini che ho scaricato provengono dal filmato per cui, se ingrandite cliccandoci sopra, non danno una grande resa visiva come invece possono garantire le fotografie digitali scattate da Eugenio. In questo tratto di percorso fiancheggiamo dei piccoli avallamenti di terreno, quasi impercettibili e senza particolari evidenziazioni che ne attirino l'attenzione. Noi ne notiamo alcuni perchè, come citato da Torri Stefano, stimato speleologo Novarese nel suo sito "torriste" http://www.torriste.it/90931.php, vi abbiamo letto che sono la manifestazione di un fenomeno naturale, molto più conosciuto ed evidente nel Carso, che origina le "doline": cavità sottostanti il terreno, la cui volta ha ceduto, ostruendole col suo materiale di crollo e determinandone conseguentemente un avallamento superficale.Eccone due piccolissime, forse di mezzo metro di diametro,indicate da Arnaldo come macchie scure ombreggiate. Ed un'altra più grande e poco profonda che non risalta però molto bene nella foto. Intorno ai 1400 metri di altitudine,per evitare un difficile passaggio roccioso, il sentiero devia leggermente verso est abbandonando il crinale e mantenendosi a mezza costa, riparato dal vento ed anche contornato da qualche rara betulla che regala un pò di refrigerio dal sole che comincia a farsi sentire.In questa zona, al ritorno, Eugenio farà raccolta di lamponi i cui cespugli costeggiano un bel tratto di percorso.Questo lungo traverso, dalla parte della Val Bagnola, è accompagnato da folta e disturbante erborescenza che ci rigetta addosso tutto il calore che assimila in quest'ora mattutina ormai avanzata. Comincio ad accusare un pò di fatica ed il fiato mi viene affannoso. Così sempre più spesso mi fermo e lascio che i fratelli prendano un bel vantaggio. Alzando lo sguardo verso l'alto, a volte non li vedo neanche più ed allora mi demoralizzo un pò per non essere in grado di mantenere il loro passo. Ma spaziando con la visuale tutto intorno, una volta ritornati in cresta sulla dorsale che guarda verso la val Sabbiola,il cuore si allarga e gioisce di questa stupenda veduta che riempie i nostri occhi. Le pendenze si fanno più accentuate ma la vetta ancora non si riesce a vedere. Guardo in alto e capisco che i miei fratelli sono giunti alla Cima Ventolaro e stanno aspettandomi. Raccolgo un pò di animo e, seppure lentamente, mi accingo anch'io a raggiungere il primo, minimo, traguardo che in partenza ci eravamo prefissati. "Se non ce la facciamo, ci fermiamo al Ventolaro", avevamo concordato...Ed eccomi anch'io, soddisfatto, arrivato a gustare questo grande spettacolo a 360 gradi, ed alle mie spalle la Massa del Turlo ancora lontana.... ma davanti lo spiazzo prativo dell'Alpe Piane così distante ormai è laggiù in basso a inorgoglirmi per il percorso fin qui compiuto. Qui, alla Cima di Ventolaro, il cui nome forse fa riferimento all'esposizione ai quattro venti a cui è sottoposta,facciamo una bella sosta. Ci rifocilliamo e scattiamo fotografie e riprendiamo il bel panorama che ci viene offerto. Viene più naturale rivolgere lo sguardo verso ovest, là dove il massiccio del Rosa impone la sua figura. Ma non possiamo nemmeno sottovalutare l'attrattiva che offre la sinuosa e stretta val Sabbiola della quale possiamo pure ammirare gli ultimi due centri abitati che spiccano in mezzo al verde dei boschi:Salaro ed Erbareti. Ed ancora i solchi, come profonde rughe, creati dai piccoli corsi d'acqua che si originano sul versante della Cima di Razzarola (1714 m.) che degrada verso nord verso l'alpe Cevia, il Colmetto e l'Alpe Campo. Stupenda sella dalla quale si può passare nel versante occidentale della cresta di chiusura della val Sabbiola e risalire fin verso il Monte Capio ed il crinale che separa la Val Sesia dalla valle Strona. Ci voltiamo indi verso la vetta che ci attende e della quale possiamo già intravederne la croce: la Massa del Turlo "sembra" lì a portata di mano...non possiamo certo fermarci qui e rinunciare alla sua conquista! Lasciamo perciò la Cima Ventolaro e percorriamo la spalla panoramica che inizia discendendo leggermente e perdendo qualche metro di quota per poi però risalire con buona pendenza e su un sentiero acciottolato ed a tratti roccioso. Inizio ad accusare dei crampi alle cosce. Cerco di non forzare troppo e mantenere un passo il più breve possibile, ma purtroppo bisogna conquistare metri in altitudine e quindi il piede non può fare a meno di forzare la gamba per elevarla al gradino successivo. Lascio andare i miei fratelli ancora una volta urlando loro che forse non ce la faccio, ma continuo comunque, soffrendo ogni volta che debbo dare la spinta per l'ascesa. Mi fermo ormai quasi ogni due passi e per farmi coraggio guardo a volte indietro per rivedere il percorso già superato e sono restio invece a guardare in alto... Nel risalire il tratto roccioso si perde pure di vista la vetta e sembra che il punto di arrivo si sia allontanato piuttosto che essersi avvicinato! E nuove alture da superare sembra che appiano dal nulla! Con grande difficoltà supero infine la parte rocciosa e sembra che il percorso, appianatosi e ritornato su terra battuta mi dia una mano per superare il momento critico. Riappare la croce di vetta, ma mi sembra ancora lontana! Il sentiero, per questo tratto che sale dolcemente, quasi in piano, prende la direzione verso est e successivamente sale sopra ad una gobbetta, denominata l'"Umet", che affronto quasi al rallentatore a causa dello strappo che attanaglia la coscia della gamba destra. Superato la gobbetta prativa, c'è un attimo di respiro poichè, prima del pendio terminale, si percorre qualche metro addirittura in discesa ed i miei muscoli hanno un attimo di tregua. Si riprende poi a salire, dapprima dolcemente e poi ancora duramente per vincere gli ultimi metri di dislivello che mi separano dalla mia "conquista". Nel frattempo Eugenio era già arrivato in cima seguito poi da Arnaldo e Gianfranco. Dopo un incontro ravvicinato del "quinto tipo" e dopo essersi fatta scattare una foto dai due biellesi, che avevano anche loro ultimato l'ascesa, si erano dedicati alla fase ristorativa in attesa del mio arrivo. Vincendo ulteriori spasmi muscolari, e rallegrandomi in cuor mio, nonostante i momenti di difficoltà passati ed ancora presenti, per essere anch'io giunto a coronamento di una piccola impresa, finalmente vengo ripreso dalla telecamera per l'ultimo sforzo e per il consueto segno della croce davanti al simbolo della vetta. Stremato, ma felice. Con un ultimo sforzo, mi fiondo sulla panchina in sasso che è sistemata su una piazzola appena sotto la croce. Singolare costruzione di lunghi tubolari di ferro verniciati in bianco, imbullonati tra di loro con moschettiere sui tiranti orizzontali che li congiungono, poggia su un basamento quadrato di sassi cementati assieme. Al suo interno è alloggiato il libro di vetta sul quale apporre la propria firma per suggellare l'arrivo in cima. Tutto attorno alla croce spiccano i segni della presenza di un nutrito branco di capre...Ancora fresche ed "odorose" sono le tracce ed i ricordi lasciati dai quadrupedi. Il "gentile olezzo" ha fatto scappare i biellesi verso luoghi più freschi e più adatti per consumare il loro pasto, senza che dosi supplementari di "profumi" non preventivati si amalgamassero con quello dei loro robusti panini. Noi resistiamo e ci spaparanziamo sulle panche in sasso depositando gli zaini sul massiccio tavolone per estrarne finalmente il nostro meritato spuntino. Meritano un accenno ed alcune fotografie i lavori effettuati dagli abitanti della Valle Bagnola in collaborazione con quelli della Valle Sanbughetto, nell'agosto 2003 dopo vent'anni dall'inaugurazione della nuova croce alla Massa del Turlo, per il posizionamento delle panche e del tavolone di sassi, coadiuvati per l'occasione dal trasporto in quota effettuato dall'elicottero. (Andare al bellissimo e già citato sito dell'Associazione Cervarolo,curato da Frenk,per leggere e vedere altre immagini dei lavori). Dopo esserci rifocillati, gironzoliamo sulla vetta soffermandoci ad ammirare lo stupendo panorama, non prima di esserci regalato un autoscatto dei Vercelli Brother's al completo con alle nostra spalle la Valle Strona. Verso ovest il solco della Valle Sabbiola, che va a morire sui contrafforti delle magnifiche vette meridionali ed occidentali che cingono la conca della Valle Strona. Alle loro spalle domina il Monte Rosa. A nord la valle Strona con l'imponente Monte Massone che l'abbraccia. Verso est il crinale che, passando per La Mazza, porta al Monte Croce, altra via di ascesa verso il Giandolino che inizia dall'Alpe Camasca, ben visibile col verde dei suoi pascoli e con alle spalle il Mazzoccone. Più ad est il Mottarone. La macchia celeste sulla destra è il lago d'Orta che risulta racchiuso dal Mazzone, sopra Cesara, e dal monte Novesso. Verso sud la parte iniziale della Val Sesia, la valle Bagnola con le sue diramazioni, Cervarolo, l'alpe Piane e poi la via di salita da noi seguita dalla cima Ventolaro in avanti. Per completare e compendiare questa serie di immagini, approfitto ancora del sito di Cervarolo per aggiungere questo stupendo collage di fotografie che vi ho trovato e che illustrano lo spettacoloso panorama a 360 gradi che si può godere dalla vetta della Massa del Turlo.