Vergano

martedì 20 luglio 2010

Sogni come ricordi



Esistono alcuni sogni che ricorrono più di una volta durante le escursioni notturne della nostra mente. Si ripresentano , mai uguali seppure il tema sia il medesimo. Ed hanno la prorompente capacità di imprimersi tra i nostri ricordi quasi a sugellare una incredibile fusione tra ciò che visualizziamo delle nostre passate esperienze con ciò che la nostra mente riesce a creare, sognando. A volte affiorano addirittura con più frequenza e dettagli rispetto a dei fatti realmente accadutici. E vanno ad occupare, se sono stati una piacevole compagnia nel sonno, uno spazio dentro il quale tendiamo a ritornare volentieri per cercare di rivivere le emozioni che ci hanno regalato e viaggiare con la fantasia oltre quelle immagini per potere ampliare e dare un significato a ciò che abbiamo sognato.
Nei miei ricordi ho un paio di sogni che mi sono rimasti impressi piacevolmente e ne fanno parte ormai addirittura più vivi e brillanti di realtà vissute.
In questo mio post cercherò di raccontare e visualizzarne uno, anche se mi rendo conto che dovrei essere un artista per poter esprimere graficamente con un quadro le immagini oniriche che ho in testa. Purtroppo non lo sono ed ho cercato quindi al computer di darne una visione ricostruendola con foto ed effetti che, però, hanno pochissimi elementi dell'originale che conservo nella mia mente.
Ad accompagnarmi in questa descrizione i Talbot Brothers con "In my dreams", come sonoro, in un video da me costruito e caricato in Youtube, usando immagini elaborate che cercano di illustrare il mio sogno. Terry e Michael Talbot furono i fondatori dei Mason Profitt un gruppo country rock anticipatore delle sonorità che diedero il successo agli Eagles. Pubblicarono poi, in coppia, un gioiellino sonoro e canoro ( The Talbot Brothers) nel quale è inclusa questa song.


Il sogno non aveva una trama. Offriva solamente una visione della valle del Sizzone, dove ho passato la mia infanzia e gioventù, a partire dalla abitazione paterna per abbracciare poi il versante occidentale della collina e la verde distesa di prati verso sud che accompagnano il corso del nostro torrente. La sensazione di pace e simbiosi con ciò che avevo immaginato e che rispecchiava quasi in toto la reale conformazione del luogo, veniva sconvolta con l'apparire di una catena montuosa che sovrastava gli ultimi alberi della sommità della "Cumiona" e si innalzava selvaggia e inaccessibile nella sua sfolgorante bellezza. Affascinato dalla stupenda apparizione, mi beavo nel rimirarla e seppure un pò intimorito dalla imponente e maestosa conformazione rocciosa, con dei picchi ripidissimi ed apparentemente inaccessibili, pregustavo già il piacere di percorrere i boschi conosciuti, oltre la riva del Sciscion, per raggiungerne il punto più elevato e da lì partire per la conquista delle meravigliose vette che si innalzavano dietro di essi.
Il mio sogno è tutto qui... in questa visione di un luogo a me familiare riconvertito dalla mia immaginazione in un posto da favola, quasi a rammentarmi che le cose belle sono intorno a noi. Basta saperle osservare e riconoscere!

Casale Baraggioni, ripreso dal versante orientale di Colombaro, con la sottile striscia di prati che fiancheggiano il Sciscion e che si allargheranno verso sud in direzione Fugnano. I boschi verso ovest sono le prime propaggini dell'altipiano della Cumiona, oltre il quale la mia immaginazione ha prefigurato uno scenario simile...
Scenario simile, ma molto lontano dalla bellezza che mi è rimasta impressa nella mente e che non riuscirò mai a rappresentare.
Recentemente ho voluto ripercorrere il sentiero che, iniziando dalle prime rampe della Cumiona, si inoltra a mezza costa nel bosco per raggiungere la zona così detta di "Ravòti", all'estremità sud dell'altipiano che una volta era ricoperto di vigneti: il culmine "reale" della immagine postata più sopra. Sono stato invogliato a riscoprire questo tragitto, che non avevo mai più praticato dalla mia giovinezza, proprio ricordandomi del sogno fatto. Alla ricerca delle vette sublimi... Ma anche alla ricerca del "Casin": un casotto in mezzo alle vigne del declivio. Solitaria ed abbastanza imponente costruzione che una volta spiccava da lontano con il suo caratteristico comignolo. Oggi ormai non si vede più, intrappolato e mascherato dall'avanzata prorompente del bosco, e proprio per questo ne sono andato alla ricerca per scoprire che fine abbia fatto. La salita del "Casin", lo strappetto che mette in comunicazione la valle del Sizzone di Vergano con quella del Sizzone di Maggiora, ha preso il nome proprio da quella costruzione.
Il sentiero che ho imboccato, inizialmente è ancora percorribile facilmente, ma ben presto, per avanzare , occorre affidarsi all'intuito ed all'improvvisazione. Il sottobosco presenta vari ostacoli: dagli alberi caduti ai rovi che spuntano ormai rigogliosi.
I passi sono ammortizzati nel loro poggiare a terra da uno strato di fogliame morbido, arricchito dai fiori delle robinie ormai staccatisi dagli alberi.
Mi accorgo di aver raggiunto quasi il culmine della scarpata quando inizio a vedere i residui dei muretti di terrazzamento che permettevano anche in questo tratto di pendenza di recuperare terreno per la coltura della vite.
Supero con qualche difficoltà l'ultimo tratto in pendenza per poi approdare alla spianata iniziale della Cumiona, in zona Ravòti. Troverò nel prosieguo della camminata numerosissimi riferimenti alla vecchia destinazione d'uso di questo territorio, in particolare la presenza dei contenitori in cemento che si usavano per la raccolta delle acque, indispensabile per la preparazione in loco del verderame che serviva per la innaffiatura dei vitigni. Ora sono sul pianoro e raggiungo la strada che serviva da collegamento della zona dei vigneti con quella principale che saliva dall'erta della Cumiona. E' tuttora riconoscibilissima, pur se invasa dall'erba alta, ma ancora non conquistata dalla vegetazione che ormai si è impossessata di tutti i vigneti di una volta. La percorro verso sud ed ho modo di notare che gli appezzamenti di terreno in cui era diviso il territorio erano veramente parecchi. Piccole e numerose proprietà che permettevano ai paesani di Vergano e Santo Stefano di avere un raccolto vinicolo per il loro fabbisogno annuale. Ciò lo si deduce dalla presenza, per ogni appezzamento, o di una buca dell'acqua o dei caratteristici contenitori di cemento che in pratica dimoravano almeno uno per ogni proprietà Proseguo lungo la ex-strada senza riuscire ad intravedere, dovrebbe essere alla mia sinistra, la costruzione che cerco, per cui decido di arrivarne fino al termine e continuare sul sentiero che, discendendo, finisce sbucando al culmine della salita asfaltata del "casino".

Percorro un breve tratto di strada in discesa, fiancheggiando il bel muretto in sassi di contenimento della ripa. Credo che pian piano si sgretolerà ed alla fine sarà destinato ad essere sostituito con un più anonimo muretto in cemento, poichè non c'è più nessun proprietario interessato a questi terreni. Entro nell'arco che funge da porta di accesso ad un eventuale sentiero che risale il bosco fino agli ex-vigneti.
Sembrerebbe che non ci sia più nessuna traccia percorribile poichè il terriccio ed i sassi, che sono stati trascinati dalle acque piovane fino al muretto, ne ostruiscono quasi completamente l'accesso. Però io mi ostino a superare l'accumulo di detriti, scosceso, per poi ritrovarmi su un tratto più agevole che è comunque ben visibile ed ha tutta l'aria di essere il sentiero che porta verso il "Casino".
Si capisce l'importanza che avevano in passato queste proprietà, osservando la recinzione di muretti in sassi che ne delimitavano i confini. Muretti che resisteranno ancora per pochi anni all'usura ed all'incuria del tempo.
In questa zona, mi dicono, che esistesse la vigna " 'dla giesa ", ossia un vigneto che, probabilmente coltivato dal "Daniele", produceva il vino che occorreva al parroco di Vergano per la celebrazione delle Sante Messe. Lo scrivo col beneficio di inventario poichè non ho fatto i debiti riscontri sull'attendibilità di ciò. In effetti di vigna " 'dla giesa " ne esistono altre, una delle quali sull'altura dietro il nuovo Camposanto, che sarà oggetto di un prossimo post del mio blog che, grazie ai ricordi di Silvio, mi impegnerà a riscoprire i toponimi e le zone dei vigneti di Vergano.
Risalgo ancora per poco, fino a che mi si para dinnanzi una "visione" quasi fiabesca che riesco a malapena a distinguere da lontano. Mi incute anche un pò di timore, con la sua aria cupa e misteriosa. Mi aspetto addirittura che, quasi fosse un mostro, si diriga verso di me , minaccioso, per ricacciarmi dal suo territorio. Stento a darne subito la giusta interpretazione, talmente mi ha colto di sorpresa la sua magica apparizione. Ma alla fine lo riconosco... E' il mitico, per me, "Casino" avvolto dalle edere e mascherato dagli alberi che gli si intrecciano intorno. Mi soffermo per un attimo a rimirarlo da lontano ed a goderne per il suo ritrovamento.
Nell'avvicinarmi osservo, tra la sterpaglia, l'immancabile contenitore raccoglitore dell'acqua ormai quasi completamente sommerso dal verde.
Quando sono a ridosso della costruzione non posso che constatare l'impietosa opera del tempo che ne sta demolendo la struttura. Non l'avevo mai visto da così vicino, infatti non mi ero mai spinto fino a qui in passato. Lo avevo sempre solamente rimirato da lontano. La sua sagoma era familiare a chi volgeva lo sguardo verso ovest, dalla salita del Colombaro, all'altra parte della valle. Non mi aspettavo di trovarmi di fronte una costruzione così grande. Altro che "Casino" ! Una casa a due piani con addirittura il seminterrato! Una scalinata, ormai in disgregazione, dava l'accesso al primo piano, mentre allo scantinato vi si accedeva direttamente.


Addirittura le facciate sud ed ovest del secondo piano erano fornite di un ballatoio esterno con la ringhiera in ferro battuto, tuttora osservabili in quanto hanno resistito, finora, alla disgregazione del caseggiato.

Il tetto è quasi completamente crollato. Internamente hanno messo radici le piante che si innalzano verso il cielo fornendo così con le loro fronde una copertura naturale. Dalle foto si può osservare come i due piani superiori avessero addirittura le pareti intonacate. Altra caratteristica costruttiva è l'utilizzo sia di mattoni che di pietre per la composizione della muratura. Si notano infine i grossi fori di appoggio per le travi che sostenevano le volte dello scantinato.

Dal lato sud, esternamente, una scalinata con muretti laterali in mattoni permette l'accesso al livello superiore del terrazzamento dove aveva inizio il vero e proprio vigneto.
Il terreno ove era coltivata la vite ha ormai una pendenza minima. Sì è raggiunto infatti il pianoro della Cumiona. Osservando il "Casino" dal lato ovest si può vedere anche il famoso comignolo che si faceva notare da lontano ed era quasi il segno distintivo della costruzione:è rimasto miracolosamente ancora intatto.
Mentre mi allontano, mi viene ancora voglia di girarmi indietro ad osservare il "Casino" che pian piano svanisce e si mimetizza col fogliame e ritorna ad imboscarsi nel vero senso del termine.
Ritorno verso casa felice di aver voluto assecondare il mio sogno di gioventù, andando alla ricerca ed alla conquista delle vette immaginarie oltre i boschi della Cumiona ed avere così scoperto e visto per la prima volta la mitica costruzione del "Casino" del Pidrick dal Frè.
I suoi figli, Angelo e Franco, figure incredibilmente caratteristiche e note per la loro rudezza che sconfinava quasi con la scontrosità (anche se chi ben conosceva Angelo poteva confermare quanta sensibilità d'animo albergasse sotto la sua scorza di duro) proseguirono l'attività agricola con tanta passione e impegno fino alla loro morte. Dopo di loro, soprannominati Tùdosk, scapoli impenitenti, nessuno ha raccolto il testimone della loro attivita. Così anche il "Casino" è scomparso assieme alla loro dipartita.

Sarei oltremodo felice se qualche compaesano fosse in possesso di eventuali vecchie fotografie che ritraggono, anche solo di sfondo, la costruzione che ho ricordato. Ancora di più se potessero farmele avere in modo da allegarle a questo post.

venerdì 28 maggio 2010

I miei primi cento nastri 7

PENGUIN dei Fleetwood Mac




Gestazione difficile per la pubblicazione di questo post... Non avendo a disposizione in youtube di un video del periodo in cui i Fleetwood Mac pubblicarono Penguin ( primavera 1973), ho deciso di crearne uno utilizzando il programma di Pinnacle. Ho abbinato immagini recuperate dalla rete e due canzoni in mp3 per permettere ai miei lettori di ascoltare il tipo di musica che il gruppo proponeva al tempo. Il video ottenuto l'ho caricato in youtube in HD Alta definizione. Dopo alcune ore di elaborazione il risultato è stato che riuscivo a vedere le immagini in una buona qualità, ma non potevo disporre dell'audio "grazie" al veto della WMA che mi inibiva l'utilizzo delle canzoni sotto licenza. Ho tentato di rifare il procedimento, ma niente si è modificato. Così ho deciso di caricare, con il sistema messo a disposizione da Blogger, dal mio computer, il video che avevo provveduto a trasformare e salvare con Real Player. Il risultato della conversione, purtroppo, ha dato un esito non proprio soddisfacente riguardo la qualità video, ma in compenso mi ha permesso di postarlo nel mio blog con l'audio. Ho così deciso di mantenere i due filmati. Facendoli partire contemporaneamente, si può ascoltare con il primo la traccia audio e vedere comunque il video in bassa risoluzione, mentre col secondo, da youtube, permette di assaporare la diversa qualità delle immagini (e ce ne si rende conto subito...anche se le fotografie sono scadenti in origine) ma l'audio è interdetto.


Questo nastro l'ho acquistato dal mio ex-collega Ferretti, che ho già ricordato come avesse lavorato presso lo studio di registrazione della piccola casa editrice Ducale di Brebbia (VA), assieme ad altri sette titoli, nel lontano 1974 quando ero agli inizi della raccolta della mia nastroteca. Dichiaro qui la mia completa ignoranza di allora riguardo a chi fossero i Fleetwood Mac. Ero ancora legato agli ascolti "leggeri" radiofonici ed il mio solo strumento di aggiornamento musicale all'epoca si fondava e fidava della lettura di "Sorrisi e Canzoni TV"...per cui la mia non conoscenza di tutto il mondo musicale extra Sanremo era concepibile...
Credo che questa cassetta, dopo un paio di passaggi nel mio mangianastri, sia stata accantonata ben presto. Non ero ancora preparato al tipo di musica che vi si poteva ascoltare. E dire che non è poi di così difficile assimilazione! I suoni che ne provenivano, comunque, mi risultavano estranei, strani e sconosciuti, allora. Non ne fui invogliato al riascolto. D'altronde in quel periodo sfruttavo ogni occasione per godermi Baglioni, Jesus Christ Superstar e Tubular bells, ossia i miei primi nastri acquistati. Così Penguin non ebbe il giusto spazio per poter essere ascoltato ed apprezzato. Miseramente la cassetta venne messa anzitempo a riposo e non venne neanche proposta agli amici per il suo ascolto. Se non era piaciuta a me....E' rimasta quasi vergine, non sfruttata. Neanche più riascoltata poichè, con gli anni, la nuova tecnologia del CD mi aveva imposto l'archiviazione di tutte le cassette. Di conseguenza non ho neanche ricordi di vita a lei legati.
L'ho riesumata per questa occasione, per scattarle delle foto da insere nel blog.
E debbo dire che che sto apprezzando alcune composizioni, specialmente quelle cantate da Christine McVie, e sono stato favorevolmente impressionato dallo strumentale, che ho anche riportato nel video, Caught in the rain di Bob Weston.
Mi riporta alla mente l'atmosfera che si respira in Pat Garret e Billy the Kid di Bob Dylan, con quei tocchi di chitarra ed il coro in sottofondo. Ideale per un commento sonoro a pellicole documentaristiche.

A quel tempo la critica musicale lo considerò un cattivo lavoro. Non gli perdonò l'abbandono delle primigenie radici che con Peter Green, uno dei fondatori assieme a Mike Fleetwood e John McVie, avevano dato vita e vigore al movimento del British blues. Le vicissitudini, anche e soprattutto personali, del gruppo in quel periodo diedero vita a diversi cambi di formazione che, naturalmente, comportavano mutamenti degli indirizzi musicali. Non starò qui a raccontare la storia del gruppo perchè mi porterebbe lontano e non è nello spirito dei miei post. Voglio invece rammentare qualche altro ricordo personale riguardo alla scoperta dei Fleetwood Mac, successiva a questo mio primo incontro col gruppo.
Dopo aver arricchito la mia collezione con più di 400 cassette, stavo iniziando a documentarmi per un eventuale acquisto di un giradischi e passare quindi alla collezione di vinili. Per fare ciò, mensilmente, acquistavo due riviste specializzate che allora erano come il vangelo per ogni audiofilo che si ritenesse tale. Suono e la sua consorella Stereoplay.
Già mi aiutavo, per approfondire la mia cultura musicale con Ciao 2001 e Nuovo Sound, ma le due riviste sopra citate, oltre a formarmi nel campo dell'hi fi, furono una formidabile fonte di notizie "diverse" per l'ampliamento delle mie conoscenze. Specialmente Suono con le pagine di Music Box che, detto per inciso, erano curate dal gruppo di futuri fondatori de Il Mucchio Selvaggio, offriva alcuni begli articoli riguardanti specialmente la scena americana. Fu da quelle pagine che conobbi la storia dei Byrds e ne fui infatuato(Galeotto fu Raffaele Galli...), Fu da una foto a tutta pagina di Stevie Nicks che mi invaghii di quella stupenda "gitana" suscitandomi il desiderio di ascoltarla. Quando potei finalmente udirne l'incredibile voce col gruppo dei Fleetwood Mac nella nuova formazione "americana", ne diventai entusiasticamente un suo fan.
I dischi che mi fecero avvicinare ai nuovi Fleetwood Mac furono Rumours e Tusk, mentre Belladonna fu il primo disco solista di Stevie Nicks sul quale era inciso uno stupendo duetto con Don Henley, "Leather and lace", che è stata per parecchio tempo, ma lo è ancora..., una delle mie canzoni preferite in assoluto. In quel periodo ebbi Eagles e Fleetwood Mac in cima alla lista dei gruppi che amavo di più all'ascolto.

Ritornando a Penguin, posso dire che metterlo nel lettore cd, al giorno d'oggi, è diventata quasi un'abitudine. Avendolo riscoperto, mi soffermo su quelle composizioni che mi aggradano maggiormente. Così ascoltando la voce di Christine McVie in Remember me, Dissatisfied e Did you ever love me (sue composizioni) la trovo affascinante e non più monocorde come forse mi era sembrata al primo ascolto di tanti anni fa. Ed il "country" di The derelict mi fa capire come già allora fossero molto vicini a certe atmosfere americane che faranno proprie con la futura formazione che ottenne il clamoroso successo alla fine degli anni settanta. Ed anche lo strumentale già ricordato di Caught in the rain sta entrando prepotentemente tra i brani che mi frullano in testa ad ogni piè sospinto.
Per concludere posto una foto dei componenti che fecero parte del gruppo in quel periodo 1973-1974.
Sono, dall'alto in basso e da sinistra a destra .
Mick Fleetwood (da sempre facente parte del gruppo), Dave Walker
più sotto Bob Weston e Bob Welch
e seduti i coniugi Christine e John McVie.
C'è anche un cane... , ma sarebbe offensivo dire che fa parte della band...

lunedì 10 maggio 2010

OLIMPIADI VERGANESI 1960




Non poteva essere che questa canzone, ormai diventata sinonimo di vittoria nell'ambito sportivo, ad accompagnare questo post di ricordi adolescenziali. I Queen nel loro primo ed antisegnano dei video musicali. Una rarità per i tempi in cui fu pubblicato. Difficilissimo poter rintracciare un video musicale allora!
Noi siamo i campioni, urla Freddie, e noi pure ci ritenevamo tali, per lo meno con la fantasia...
Correva l'estate dell'anno 1960. Le vacanze scolastiche allora erano una pacchia...Lunghi mesi a godere della libertà più assoluta. Pronti a scorazzare in lungo ed in largo per la valle del "Sciscion" a giocare al nostro Far West, oppure immergersi nelle sue lanche (la preferita era la "ssciusa") a sguazzare felici per interi pomeriggi, od ancora avventurarsi in bicicletta (scassatissime e col telaio da donna)alla ricerca di nuovi scenari e nuove strade mai percorse. Ma quell'anno eravamo in attesa di un avvenimento sportivo eccezionale. La radio (cosa dite?... la televisione?... non era ancora di casa!...)ed i giornali riportavano in un crescendo spasmodico di anticipazioni, la notizia per eccellenza: Le Olimpiadi moderne si sarebbero svolte a Roma. E per noi, orfani di immagini, iniziarono a moltiplicarsi le fantasie che si rincorrevano nelle nostri giovani menti immacolate. Solo qualche rara fotografia da Tuttosport (era comunque un quotidiano quasi esclusivamente da leggere e le foto risultavano rarissime.)e quelle molto più significative e abbondanti che apparivano sul settimanale "Lo sport illustrato" che a volte, con qualche sacrificio monetario, riuscivo a procurarmi, ci confortavano e aiutavano a creare il nostro immaginario.


Queste notizie alimentarono in noi (parlo al plurale, poichè allora i giochi di cortile erano condivisi con mio fratello Eugenio e mio cugino GianCarlo di due e tre anni più anziani di me.) la voglia di emulazione e di cimentarci nelle discipline più facili e replicabili senza nessuna attrezzatura. Essenzialmente quindi gare di corsa e salti derivati dall'atletica leggera.Mio cugino Giancarlo che allora aveva quasi 16 anni e che frequentava già il "Mossotti" istituto di ragioneria a Novara,era dotato di una non comune capacità organizzativa e da futuro ragioniere era in possesso di una predilezione verso tutto ciò che era statisticamente controllabile. Riusciva a raccogliere ed elaborare in maniera "mostruosamente" creativa qualsiasi dato gli capitasse di analizzare. Figuriamoci se non fosse stato in grado di "storicizzare" tempi e misure che saremmo andati a realizzare.
Dal punto di vista organizzativo, mi basta ricordare che, per rilevare le misure, ad esempio del salto in lungo oppure delle distanze dei 50 e 100 metri che avremmo dovuto percorrere, si era dotato di una "bindella" raccolta tra due lastre rotonde di latta fissate centralmente da un rocchetto di legno (usato allora per raccogliere il filo da cucire)per avvolgere una fettuccina lunga 20 metri sulla quale aveva segnato con una pazienza veramente certosina dei trattini e delle scritte numeriche, che demarcavano i metri, le decine di centimetri ed addirittura i centimetri stessi. Usando il metro da sarta flessibile, che allora non mancava in ogni casa, come modello di riferimento, ricostruì il primo strumento che ci necessitava.
Naturalmente la moderna bindella qui postata serve solo per dare l'esempio di come poteva essere quella rudimentale costruita da Giancarlo (abbreviato "Ginca" come lo chiamavamo allora), mentre il rocchetto è proprio come quello di allora.

Il secondo, per rilevare il tempo impiegato nelle gare di corsa, fu un orologio dotato di cronometro che permetteva di leggere anche i decimi , ma che però non aveva ancora la funzione di stop! Occorreva avere un grande occhio per captare il momento del fatidico taglio del nastro virtuale di arrivo. Fortunatamente il cronometrista ufficiale era solo Giancarlo e quindi gli errori, se ce ne fossero stati, avevano comunque lo stesso grado di imperfezione. Forse mal, o ben non si sa, gliene incoglieva quando per rilevare i suoi tempi eravamo io o mio fratello ad usare l'orologio....

Ma dove e con chi avremmo gareggiato?
Con chi è subito detto... Il trio era l'unica equipe "invitata" e iscritta alla competizione! Non ci sarebbero state discussioni per l'assegnazione delle medaglie: tre erano in palio, oro, argento e bronzo, e tre erano i concorrenti da premiare! I giochi della Prima Olimpiade, denominati Baraggioni 1960 proprio per la circoscrizione dei partecipanti al casale di residenza,furono solo quindi un inizio in sordina, prologo alle successive grandi edizioni, quelle di Vergano, protrattesi fino al 1964, che videro un grande numero di atleti parteciparvi.
E si svolsero giocoforza in località Baraggioni (con l'unica variante delle corse ciclistiche consumatesi sulla strada, allora semideserta, che portava da Boca al Santuario). In fondo al nostro Casale, intendo dire a sud, dove con la casa del Bruno dal "Pargot", che allora comunque non era ancora sorta, terminano le abitazioni, inizia la sottile distesa prativa delle valle del Sizzone che porta verso Fugnano. A ridosso del declivio orientale che sale verso il Colombaro, in località Baragiuna, un ben segnato sentiero costeggiava il confine di un prato, da una parte, ed un filare di alberi che delimitavano una carrareccia, dall'altra. Lì ci recammo; con la famosa bindella rilevammo che potessero esserci almeno 100 metri piani in dirittura e decidemmo di svolgervi le corse ed i salti delle specialità di atletica. Il luogo venne denominato Stadio Olimpico nei reportage che mio cugino Ginca pubblicò per l'occasione sul periodico che aveva fondato, nel quale scriveva e che aveva cura di redigere e stampare amanuensemente.

Scritto con minuziosa attenzione su un foglio tipo A4 piegato in due, è un'incredibile testimonianza di come vivemmo quegli anni, spensieratamente, ma anche molto ma molto sportivamente. Stupefacenti sono pure gli inserti pubblicitari, copiati probabilmente dai giornali sportivi di allora. Chi vuole apprezzare lo stile volutamente pomposo e ridondante degli "articoli" che avrò cura di accludere, non ha che da cliccarci sopra e sorridere con noi delle gesta grandiose, a mò di "Tartarinate" (da Tartarin di Tarascona prode e sbruffonesco cavaliere di ventura...), D'altronde potevamo fregiarci dell'onore di aver vinto delle medaglie alle Olimpiadi... di Baraggioni!



Quelle prime Olimpiadi ebbero un dominatore: mio fratello Eugenio. Nelle corse veloci non ebbe rivali. Non so ancora come abbia fatto a vincere io la gara più sprintosa, i 50 metri piani... Certamente era la mia specialità lo scatto breve, mentre Eugenio aveva una progressione micidiale.
Non l'ho ancora scritto ma lo sottolineo qui: le competizioni, ad eccezione di quelle ciclistiche, ebbero lo svolgimento in singolo, ossia ognuno gareggiava contro se stesso. Solo il riscontro cronometrico o la misura lineare decretavano la bontà e la dimensione della nostra prestazione. Era un bellissimo modo di combattere contro i propri limiti, per migliorarsi, esulando dal confronto diretto , senza cioè lo strascico, a volte sottile, della umiliazione della sconfitta.
Di quel periodo ho qualche immagine effettuata da noi con una scassatissima macchina fotografica acquistata per corrispondenza con un coupon apparso su Topolino. Credo che fosse una Ferrania. Il bello è che anche lo sviluppo delle fotografie fu fatto da noi stessi, in un buio sottoscala con l'attrezzatura fornitaci da Gino "Quaia" nostro eccentrico vicino di casa del quale avrò occasione di parlare in un altro post.
Facenti parte delle vere e proprie gare sono le due immagini che inserirò ora. Purtroppo la qualità è veramente scadente. La ripresa in movimento, con quell'antidiluviano apparecchio, dà un risultato a dir poco obbrobrioso. Io nell'arrivo dei 50 metri, sembro un vecchietto calvo.....(come lo sono ora...)


Quello che spicca il salto in lungo è Ginca. Un maestro nelle discipline dei salti. Riusciva a coordinare i giusti movimenti facendo esplodere al momento giusto la carica muscolare per spiccare i salti. Cercava di inculcare anche in noi la miglior tecnica per far rendere al meglio la potenzialità che avevamo grazie alla facilità di corsa. Incredibile fu anche l'approccio al salto triplo che, inizialmente ci risultò ostico a causa della sincronizzazione dei movimenti. Non lo avevamo mai visto eseguire dal vivo... Imparammo la tecnica dagli schizzi disegnati in una rivista del CSI, credo, dedicata ai giovani per l'apprendimento dei fondamentali dell'atletica leggera. Rivista che Ginca aveva recuperato in quel di Novara presso la biblioteca del convitto dell'oratorio dove soleva consumare il pranzo prima del turno pomeridiano di scuola. (Convitto che frequenterò anch'io nell'anno in cui feci le superiori a Novara).
Inserisco un altro documento d'epoca.
Al termine della I Olimpiade, Ginca redasse questo extra allegato allo Sportivo. Tutti i risultati conseguiti e la cosiddetta "medagliera" come l'aveva chiamata. Ancora non leggevamo sui giornali il termine giustamente usato poi in seguito "il medagliere" ( quanto giustamente non si sa...) Lui l'aveva chiamata al femminile e forse anche più appropriatamente poichè poteva considerarsi come una bacheca (femminile...) nella quale riporre ed evidenziare le medaglie vinte : una medagliera, quindi.
Ci sarebbero altre mille cose da scrivere, ma me le riserverò per il prossimo post dedicato alle Olimpiadi di Vergano, quando la partecipazione di altri ragazzi renderà lo stesso più interessante e con fotografie che farà piacere rivedere dopo quasi cinquant'anni.
Mi limito a ricordare che del famoso Stadio Olimpico che vide lo svolgersi della prima edizione delle Olimpiadi Verganesi, non rimarrà più traccia negli annali sportivi. Il "trio" prese la direzione nord e si avventurò sulle sponde del Sciscion per cercare delle alternative per i campi di gara. Uno fu riscontrato in zona "Ssciusa". Poteva permettersi un bel rettilineo di 50 metri ed un percorso di 100 metri con una poco sensibile curvatura. Fu praticato per qualche rara occasione.
Lo sbocco naturale delle nostre vicende fu lo stadio "Beniamino" , utilizzato nel passato, come ricordato, per la Colonia Solare di Vergano. Quando vi ponemmo piede era ancora in ottimo stato. Necessitò solamente di un taglio d'erba e di un piccolo lavorio di disboscamento di leggeri arbusti. Ci insediammo lì e per almeno sette od otto anni visse una felicissima stagione di piccoli e grandi eventi.
Nello scandagliare le varie ipotesi di utilizzo del territorio per insediarvi lo stadio dei nostri sogni, vagavamo per le rive del Sciscion e esploravamo le sue sponde. Ho un paio di scatti che documentano le escursioni del trio nei pressi del torrente mentre "scalano" la parete occidentale della riva del Sciscion,poco più a nord del "punt'd tola", che in tale zona è abbastanza scoscesa.

Eugenio ed io alla base della "scalata"



Ginca ed io al culmine della "scalata". Dietro noi, sulla collina oltre la valle, Mirasole la parte settentrionale di Vergano




Ingrandimento alla base della "scalata
Io sto sorridendo, forse già allora consapevole delle "rodomontate" che ci creavamo nelle nostre piccole testoline. Ma il mondo ci appariva troppo grande e immaginavamo di farci grandi pure noi. We are the champions, siamo i campioni. Non era per niente vero, naturalmente, ma è stato bello crederci e giocarci.
E dopo di noi, temporalmente naturalmente..., entreranno nella leggenda dello sprint Harmin Hary e soprattutto Livio Berruti e la gazzella nera Wilma Rudolph, eroi della pista dell'Olimpico. Delle loro imprese mi risuonano ancora nelle orecchie i commenti alla radio in diretta ( Forse era già Paolo Rosi?) e mi ricordo di essermi catapultato in cortile gridando e correndo come un forsennato su e giù per la strada dopo che Livio tagliò per primo il fatidico nastro... Lui sì che era in cima al mondo!